MAVERICK

“Io scrivo solamente per curare.
E se funziona con me,
anche con gli altri
potrebbe funzionare”

 

Maverick ed io arrivammo qui lo stesso giorno.

Il terremoto s’era portato via le case otto mesi prima, e chissà in quegli otto mesi dov’era stato, Maverick, per sembrare appena uscito da un albergo a cinque stelle: il pelo lunghetto, liscio, ben pettinato. E gli occhietti come due olive nere che sbucavano da una frangia fitta.

Era un cane obbediente e ben educato. Gli mettevano un bell’impermeabile quando pioveva, e un cappottino blu quando era freddo. Se poi c’era neve, o ghiaccio, addirittura delle scarpettine gialle.

A tanta docilità nei confronti di padroni che lo costringevano a torture innaturali come l’essere vestito, calzato, portato al guinzaglio, si contrapponeva un bel caratterino, che veniva fuori ad ogni incontro con gli altri cani maschi del quartiere.

Yap!-Yap!-Yap! La frangetta si drizzava, e i dentini affilati si facevano spazio tra i baffi, durante le passeggiate.

Sapevo solo questo, di Maverick. E la porta da cui usciva per andare a spasso.

Dopo qualche mese, però, le passeggiate cominciarono a diventare frettolose e nervose. I tempi di permanenza nelle case provvisorie, infatti, si dilatavano a dismisura, e le speranze e la pazienza degli abitanti delle piastre si affievolivano. Fallimenti quotidiani, e distanze incolmabili, in una città spalmata su un territorio di trenta chilometri.

E così lo vedemmo passeggiare sempre di meno. E poi ancora di meno, e di meno, e di meno ancora. Finché il cagnetto non iniziò a dare segni di insofferenza, con uno Yap! Yap! Yap! continuo e indispettito, a tutte le ore del giorno.

Yap! Yap! Yap! Maverick non si rassegnava e abbaiava.

Un giorno, sulla porta di casa dei suoi padroni, qualcuno appese questo cartello::


cartello

Le lagnanze dei vicini, tuttavia, finirono per essere un bene per Maverick, perché i padroni iniziarono a fargli fare qualche uscitina da solo, in modo che la smettesse di abbaiare.
Dapprima Maverick gironzolò un po’ in cortile, sorvegliato dalla finestra, poi il suo raggio di azione si fece sempre più ampio. Nella sua mente le automobili erano strane cose che si fermavano quando lui passava, ma non si poteva fare altrimenti, perché appena lo chiudevi in casa, lui ricominciava a dare di matto.

Yap! Yap! Yap! Maverick, dentro quella casa, non ci voleva proprio stare.

Iniziò a passare più tempo fuori che dentro. Faceva i suoi giri, tornava, raspava sulla porta, si faceva aprire, mangiava, usciva di nuovo, si fermava di guardia, dominando il cortile del Progetto C.A.S.E come se tutto fosse roba sua. Non era più l’attaccabrighe di un tempo, disinteressato alle liti con gli altri cani. Non s’abbrancava più, né con i cani, né con i cristiani.

Tutto quel vagabondare era scritto sul pelo arruffato, sulle zampe, sull’espressione che assumeva quando tornava a casa. Non saprei dire se fosse soddisfatto o arrabbiato, forse tutt’e due le cose. Perfino la frangia aveva perso la sua forma naturale: ora non copriva più gli occhi come prima, “azzoccata” com’era, cioè con i peli attaccati a formare delle ciocche. Maverick non abbaiava più. Avresti detto che era triste, e invece no, non lo era.

Semplicemente, aveva trovato il modo di non soccombere: non avere più nessuno vicino, per non dover restare da solo quando poi quello se ne sarebbe andato.

Maverick passava parecchio tempo seduto sul marciapiedi della piastra in una posizione impettita, da sfinge, e scrutava l’ingresso della strada sul cortile con l’aria di chi dice “Non ho bisogno di nessuno, io”.
Insomma, era un cane che non si fidava più. Di norma i cani che non si fidano più diventano cattivi, ma non Maverick: lui non era diventato cattivo, era semplicemente tornato un po’ lupo. Un cane da salotto che faceva la vita di un randagio.

Diventare randagi non è la stessa cosa che nascere randagi.
Devi farti la crosta.
E costa.

Una sera Maverick non tornò a casa, e ricomparve solo dopo qualche giorno, sporco e affamato, portandosi dentro il segreto del suo battesimo da vagabondo. Ormai conosceva alla perfezione tutta la zona. Sapeva come allontanarsi e come tornare indietro. Non era più lo stesso cane con l’impermeabile e le scarpettine gialle che avevo visto arrivare il primo giorno.
Ma vaglielo un po’ a spiegare, a chi non ci è passato.

Ormai ci eravamo abituati alla strana presenza di Maverick.
Certo non era il tipo che veniva a farti le feste, come quei cani che quando ti vedono partono a razzo da lontano, con la lingua e le orecchie a bandiera, e poi ti saltano addosso. Anzi, capitava anche che lasciasse un regalino sulla soglia di qualcuno che gli era antipatico. Ma era l’unico torto che potesse fare, e lo si sopportava. Perché ci somigliava, Maverick: talmente inselvatichito da non curarsi più se ci fosse la pioggia e il fango, la neve o il sole. Camminava ‘ngrufando, come se dovesse sfangare il tempo, e la giornata. Come se dovesse sfangare la vita.

Quando i padroni tornarono nella loro casa di origine, dopo cinque lunghi anni, assistemmo anche per loro al rituale muto del trasloco. Scatoloni, qualche mobiletto, pesci rossi, giocattoli, scarpe e cianfrusaglie. Vedemmo arrivare un furgone, fare un paio di viaggi, poi silenzio, poi più nulla. Nessuno mai salutava il vicinato, prima di lasciare le case provvisorie. Forse per non farsi gufare la casa nuova, oppure semplicemente per non umiliare chi era costretto a restare ancora.
Ma chi restava, guardava da dietro le tende.

Addio, compagno. Finalmente per te tutto tornerà come prima: impermeabile, scarpette, guinzaglio… Andrà tutto bene, vedrai. Vaya con Dios, amigo.

E invece Maverick si ripresentò di nuovo qui, da solo, dopo pochi giorni.
Di nuovo lo vedemmo nella sua postazione di dominio del cortile, muto e impettito, sporco e selvaggio.

“Ehi, che ci fai qui?” dicevamo a turno incontrandolo, chi con un gesto, chi con gli occhi, chi con la bocca spalancata come un punto interrogativo.
Vennero a cercarlo i suoi padroni, e se lo riportarono via.

La stessa cosa successe qualche giorno dopo.
E così ancora dopo qualche altro giorno.
E ancora, ancora.

Insomma, alla fine Maverick è rimasto qui.

Da mangiare, gliene diamo in abbondanza.
Incute un certo rispetto, con quel suo essere caparbio e solitario. Aspetta come un re chiunque venga a salutarlo.

Maverick ora ha una sola certezza: l’aria aperta.
E le stagioni, che non ti tradiscono mai.
La libertà, che non ti tradisce mai.

Come invece ti tradiscono le case.
E come ti tradiscono le persone.

 

maverick

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