SITZ!… PLATZ! 😉

Siediti ancora una volta ad ascoltarmi.

Da oggi avrai altri compiti, che non saranno più i miei.

Ma… vorrei consegnarti gli ultimi:

Sii sereno, qualunque strada prenderai domani.

Pensa al tuo passato scolastico con affetto e tenerezza.

Porta nel tuo cuore la fierezza che solo un percorso difficile sa regalare.

Se sarai un capo, sii grande: fatti piccolo.

Se sarai piccolo, mantieni intatto il cuore, se i capi non saranno veri capi.

Ovunque ti porti la strada, ricorda che tu non sei le scarpe che hai.

Non circondarti di servi sciocchi: un oppositore leale saprà renderti una persona migliore, invece i servi sciocchi ti confermeranno in ogni errore.

Tieniti lontano dalle persone negative: e se te le troverai a fianco, obtorto collo, prenditi ogni giorno il tempo e lo spazio necessari a non farti contaminare.

Porta con te il Sorriso e l’Allegria, segni intoccabili di Cultura.

Conserva in te quel pacchetto che ti ho consegnato attraverso ogni storia e ogni poesia.

Crea intorno a te una porzione di mondo in equilibrio, e mantienila con cura, tutti i giorni.

E ora… guardami con la pietas che ti ho insegnato: quando ho sbagliato, quando ero stanca, quando mi portavo in classe le preoccupazioni che avrei dovuto lasciare fuori dalla porta, quando non ho rispettato i tuoi tempi, quando ho avuto aspettative esagerate su di te, sappi che mai ci fu l’intenzione di nuocere: primum non nocere.

Ultimo, e non ultimo: dimenticami!

Non sono importanti gli insegnanti.

Sono importanti le storie che ti hanno raccontato.

E sono in te.

Con amore – prof

Quando vi ho preso cuccioli

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Di ciò che pubblico e scrivo fate ciò che volete. Non ho copyright e non credo di averne bisogno. Questo blog non è che un diario di viaggio, il viaggio della mia ricostruzione. Se siete neo-artisti facoltosi a caccia di idee, e pensate che qui ve ne siano di utili per il vostro lavoro, prendetevele. Tanto, più me ne rubano, più me ne vengono

PREFERISCO VIVERE

E poi arriva il giorno in cui Bibi ti fa quella domanda.

Bibi era di quelli che a scuola, quando alzano la mano, non sai mai se stia per arrivare una carezza o una granata. Giovanissima, non riuscivo ancora a dire “non lo so”, e lui fu tra quelli capaci di insegnarmelo.

E Bibi, giorni fa, mi scrive quel messaggio: “E se nel tempo fossimo più bravi a distinguere e, purtroppo, meno avvezzi a vivere?”. Sorrido, quando leggo. Mi sembra di vederlo con la mano alzata, come allora. Ma non è più così, ci leggo dentro non più soltanto un dubbio, c’è pure una sorta di cura premurosa.

Ed io la trovo una domanda naturale, giusta e vera: è un po’ la scelta degli antichi tra otium e negotium, il pendolo che oscilla tra Narciso e Boccadoro. In più, c’è pure quel “fattore Tempo”, che crea una tensione.

E’ che chi ama le poesie va a guardare dietro la corteccia delle cose, ne cerca le corrispondenze, a dirla con Baudelaire. E a volte sceglie di raccontarle agli altri, anzi a tratti è il solo modo di guardare il mondo. Un po’ schizoide, ma non disadattato, né disadatto a quello che tu chiami “vivere”. Certo, spesso si crea un po’ una scollatura tra l’osservare e il fare, ma non dipende dall’età, o dal Tempo.

Quando sei giovane, e scegli di non essere scontato, ma a prezzo intero, anzi maggiorato, spesso ti astieni: ti frena la paura, il terreno minato. Ma con l’età – che meraviglia! – ti butti a capofitto, non te ne frega, sei forte, ed hai già dato, non devi dimostrare niente. E se a volte ti va di giocare un po’ con le parole, per regalarle agli altri, allora il pensiero ti si formula già scritto, già “parlato”, già mette in fila le parole solo, e le fa suonare…

Insomma, è come tenere acceso un fuoco da vestale, una fiaccola davvero poco pratica, se intorno a te gli altri hanno una bella torcia a LED in mano. E’ un mondo che, per risolvere i problemi, applica regole standardizzate.

Ma l’Arte no, l’Arte ti insegna che ogni problema è un tema. Ed io vorrei tornare a quel Petrarca che vanta la supremazia dell’umanista, ma non si può, né tornerà mai. Però sta a noi tenere in vita la magia che sta nell’osservare, e – quando si può – nel regalarlo agli altri.

Possiamo vivere alternando quella torcia a LED al fuoco: guardare con occhi sempre nuovi e, quando ti si offre l’occasione, comunque dire sì, a piene mani, in ogni forma. Se distingui, e se racconti quel che pensi e vedi, come anche tu fai, in modi diversi, Bibi mio, non significa essere un voyeur affacciato a una finestra: se descrivi, è proprio perché vivi intensamente. Ti fermi, e guardi. E fai fermare gli altri, perché guardino anch’essi.

Ma su una cosa devo darti atto. Bisogna vigilare: Narciso ti rovina, e Boccadoro deve riposare.

A volte distinguere diventa un vizio assurdo, comporta straniamento. Diventa come i social, e crea una dipendenza.

Allora lì, come Pubblicità Progresso, devi esser pronto e devi saper scrivere: “Ora vi lascio: preferisco vivere”.

 

LE PAROLE SONO IMPORTANTI

8 Marzo 2020

“Le parole sono importanti!”

La sequenza di Palombella Rossa mi torna in mente sempre, quando arriva l’otto marzo. Troppe parole si mescolano dentro un calderone, creando una grande confusione. Io ci darei un taglio.

Se guardo le ragazze, non è cambiato tanto, non quanto speravamo noi. La donna resta una creatura che ancora nasce e cresce dentro pochissima fiducia. Si sa che è forte. Però non abbastanza da non doverla difenderla dai lupi. E’ intelligente. Ma mai abbastanza da non doverla proteggere dai furbi. Sa sentire, ma questo suo sentire straordinario a volte offusca il raziocinio.

La vecchia storia dell’allodola di Ibsen, non è così lontana: ogni volta che una giovane si sente protetta, tutelata, elogiata per le sue doti di squisita bellezza delicata, lei sta al gioco, e – come dice Ibsen – bamboleggia. All’inizio le sembra forse un’arma, ma alla lunga le si ritorce contro, la farà sentire inadeguata. Non sarà mai abbastanza, ci sarà sempre qualcosa che le manca, senza qualcuno che la possa tutelare, proteggere, guidare. O che la sappia arginare, contenere, tanta è la forza che sente traboccare.

Certo, ora alle donne vengono riconosciute nobili e straordinarie doti… “Però”. C’è sempre quel però. E quel però vuol dire spesso che non sei capace. Da piccola è un dai, spostati, faccio io. Ma ti confonde questo strano modo, non ha un nome, lo scambi per premura. Poi cresci, e la profezia ti si autoavvera: non sei più capace! Per esempio, non sei più capace di uscire da una gabbia, mistificando la parola “amore”. Non sai chiamare più le cose con il nome giusto! E le parole sono importanti.

Forse non sai più stare da sola, forse non sai prendere in autonomia le decisioni, forse non sai cambiare una gomma, né una lampadina, forse non sai pagare una bolletta, non sai gestire i soldi in banca. Troppe volte lo sguardo che una donna legge negli occhi di chi incontra dice: ma questa dove va?… così vestita… così troppa… così  poca… così sola…così accompagnata. E altre amenità che qui tralascio per decenza, ma che hanno un gran peso su di noi. E questo –vero o falso – è spesso il  nostro percepito.

Ma se la vita, nel gettare i dadi, un giorno le butta su una strada, quelle stesse donne, dopo il primo momento di disperazione, capiranno che non era vero. Sei capace. Sei meglio. Sei di più. E quando – mannaggiatté – ti viene da fare un passo indietro è solo perché noblesse oblige, sei come il Gladiatore nell’arena, che non sente la folla che si sbraccia perché vuol vedere il sangue. Giocano a un gioco a cui non vuoi giocare. Te ne vai via, gli lasci perfino il tuo pallone. Una rinuncia che pagherai cara, ma la fai, non per “servizio”, né per “dovere” (le parole sono importanti): è perché competere ha un prezzo troppo alto.

Le parole sono importanti, e quelle che si scrivono sulle donne, le più popolari, quelle che girano sui social, da noi stesse condivise allegramente, spesso sono scritte da uomini. Deliziosi, per carità, carini, grazie, apprezziamo veramente. Tuttavia, è un punto di vista che risiede “fuori”. E’ come scrivere qualcosa sulla fame, senza averla mai provata. Come dover descrive un colore, e non avere mai avuto occhi. Ne risultano sprazzi di realtà: tipo che se una donna si mette un vestito a fiori, si scorda che ieri le hanno fatto un occhio nero. Che se va dal parrucchiere si scorda dello sguardo da cretino del tizio che al parcheggio le ha guidato la manovra. O del capo che la vede pronta a metterlo in ginocchio con una gravidanza. Un po’ di rossetto, una vaschetta di gelato, un vestito nuovo, e riparti! Riparti, sì, e questa è la forza delle donne: ma questo è un ripartire che non guadagna mai terreno. Una bambina che con poco si consola.

Quando a sera quella gonna a fiori te la levi, quando al mattino i capelli son tornati quelli lì di sempre, ritorna pure quel sentire disgustoso di non essere capace, o d’essere sbagliata.

Ma c’è una parola che può far giustizia a tutto questo, una parola antica, bellissima, piena di poesia, che  voglio rilanciare come “taglio” da dare a questa festa: sorellanza. Vuol dire fare fronte comune, solidale. Una sorella, quando ti sostiene, non ha mai lo sguardo deficiente che sottintende che non sei capace. Lo sguardo di sorella non conosce invidia, si astiene dal giudizio, è quello che tacito ti dice: ce la fai, la mano che ti do è  per mostrarti “come”.

Quante sorelle abbiamo? Penso alle mie: sorella mi è Stefania, mia mentore lontana ma vicina. Emanuela, quando mi dice eddai, mettiti una cosa colorata! Mia sorella è Tukkia, che m’insegna a non sapere mai quanti anni abbiamo. Non so e non posso citare tutte le mie sorelle, e me ne scuso, sono troppe, ma voi donne che leggete adesso, fatevi un regalo: contate quelle vostre. Scegliete di essere sorella di qualcuna. Trovate oggi per un’altra un sorriso: all’ufficio postale (ciao Maria!), al supermercato (cia Manù!), in un negozio, in banca, a scuola. Lo sguardo bello di sorella non conosce invidia, non sa la gelosia. Ognuno cresce solo se sognato, dicono i poeti. E la sorella ti sogna come in realtà già sei, ma ancora non lo sai.

POST SCRIPTUM: A onor del vero, vorrei aggiungere una piccola postilla. I generi, in realtà, son tre. I primi due li conosciamo tutti. Ma poi c’è un Terzo Genere, il cui nome deriva da parola longobarda (le parole sono importanti). La parola è strunz*: così, senza vocale finale, anzi con quello che in linguistica si chiama lo schwa. Può essere una “o”, oppure una “a”. E’ un genere “trasversale”. E vi appartiene chi, assetato di potere o di supremazia, per emergere, affossa qualcun altro. Attenzione, non siamo più in ambito cromosomico, si tratta di un fatto prettamente culturale. Perciò, maschio o femmina che tu sia, se incontri il Terzo Genere, quello trasversale, maschio o femmina che sia, non ci cascare, quando cercherà di farti sentire sbagliato. Non lo sei, è solo che… è strunz*! Ho cercato un altro termine, ma non c’è. Le parole sono importanti.

 

IMAGINE ALL THE PEOPLE…

Questo testo fu scritto per la presentazione della mostra dell’artista Donatella Giagnacovo intitolata: “Di bianche spine”. L’inaugurazione è avvenuta nel maggio 2022, ma retrodato il testo perché la prima inaugurazione avvenne l’8 marzo 2020, ultimo giorno prima delle chiusure per covid.

Noi si sperava, un tempo, che non ci fossero più guerre.

Un tempo, ricordate? si intervistavano le miss, Miss Universo e Miss Italia, e alla domanda del giornalista “Ci dica Signorina, se lei potesse esprimere un desiderio, che cosa chiederebbe?”
“La pace nel mondo!” gridava lei, con quella ingenuità un po’ sciocchina, con quel modo di illudersi così poco pratico che oggi non fa più sorridere, ma fa audience.

Con la stessa ingenuità di una Miss degli anni Sessanta, oggi, basta esporre una bandiera e mettersela sul profilo per considerarsi attori di una cultura di pace. Siamo tutti Miss Italia.

E invece dovremmo partire dalle strade, dagli ambienti di lavoro, per promuovere LA cultura della pace. Dovremmo abbattere la logica della competizione, della prepotenza, dell’arroganza. Dovremmo isolare tutti gli haters, e tutti i fanatici. Che invece sono sempre più gettonati in quanto “prestatori di idee” per chi non ce le ha.

Amos Oz scrive nel 2001 un testo che dovremmo rileggere: “Contro il fanatismo”. Il fanatismo – dice Oz – è una delle malattie peggiori del mondo moderno. La contrae chi pretende in tutti i modi che gli altri la pensino a modo suo. Il fanatico possiede “quell’inclinazione comune a rendere migliore il vicino, educare il coniuge, programmare il figlio, raddrizzare il fratello, piuttosto che lasciarli vivere”. La guerra è solo la punta dell’iceberg, è molto prima, che il fanatico deve essere fermato. Nell’ultimo capitolo contro il fanatismo, Amos Oz parla del ruolo dell’Europa. Dice che non dovrà più scegliere se essere pro Israele o pro Palestina, dovrà essere per la Pace. Invito a sostituire quelle due con altre due, è uguale…

E aggiungo: quando chiesero a Ghandi come avrebbe fermato le truppe di Hitler che invadevano l’Europa, egli rispose che gli europei avrebbero dovuto stendersi sui binari e non far passare i treni, anche se Hitler quei treni li avrebbe fatti procedere lo stesso.

Uh… non siamo capaci di sederci sui binari, come suggeriva Ghandi per fermare i treni di Hitler.
Ma siamo capaci di farci passare sopra treni invisibili, mille volte più distruttivi di quelli.

Abbiamo fallito? E dove? Un tempo sognammo la libertà di vivere. Sognammo eserciti “di pace”. Uomini e donne che distribuivano cioccolato e latte condensato, salvavano migranti, trovavano dispersi, portavano acqua, spalavano fango, toglievano macerie…

Crescemmo col Viet Nam, il napalm, i reduci. Crescemmo da madri e da nonne che raccontavano gli orrori, la fame, le fedi alla patria per farci i cannoni. E dicemmo “mai più”. Educammo intere generazioni a questo “mai più”. Le canzoni dicevano: “Ehi, ragazzo, sii semplice, sii qualcosa che ami e capisci”. Simple man, Lynard Skynard, e la insegnavo a scuola, un tempo.

Poi ci hanno subissato con le menate sulle prestazioni, con l’efficientismo, l’ossessione per il “risultato”, i quiz, i test, l’educazione civica … e ci hanno tolto quanto di più bello avevamo per insegnare a promuovere LA cultura della pace. Hanno usato la tecnica della rana bollita: la rana, dentro la pentola, si abitua alla temperatura in aumento, e si ritrova lessa senza neanche accorgersene. E di nuovo, come rane bollite, ci stiamo abituando alla presenza della guerra, in forma di tifoseria da stadio.

“Imagine…” sussurrava John Lennon.

IL SABATO POMERIGGIO

Noi aquilani il centro storico ce lo godiamo a turni.
Per selezione spontanea e naturale, lo  popoliamo a giorni, a zone, a fasce, per età, per interessi.
E il sabato pomeriggio è il turno bello, quando ci sono tutti i ragazzini.

Da tanti anni faccio l’insegnante, eppure i ragazzini continuano a darmi l’allegria che non riscontro da nessun’altra parte. Parlo di quelli che prendo al primo anno, i piccoli, quelli che stanno nel periodo strano: voce cangiante, braccia lunghe, postura un po’ dinoccolata e un po’ scomposta. Sono allegri, proprio tanto belli, dei piccoli vulcani attivi.

Se ci cammini in mezzo per la strada, proprio come a scuola, devi stare in guardia. Non sai mai che cosa possa capitare: se ti faranno le boccacce, se vedrai volare qualche carta, un pallone, uno zaino preso per scherzare e poi lanciato in aria, che ti finisce in testa.

I ragazzini sono per i “grandi” una località intermedia, un punto di passaggio. Quasi sempre, guardandoli, vediamo in loro i bambini che non sono più, o i ragazzi che non sono ancora. E cerchiamo di guidarli come le piantine, in questa evoluzione.
Ma il sabato pomeriggio non li puoi raggiungere: il sabato è una boccata d’aria fresca.

Perciò, con tutti i dovuti accorgimenti, al fine settimana io percorro la piazza, i portici e San Bernardino. E il re di questa passeggiata è il mio canuccio anziano: i ragazzini lo chiamano, lo abbracciano, lo accarezzano. Ci sanno fare con i cani, più che coi cristiani. Teo fa tenerezza, con quella faccia bianca. Fa uscire da quei corpi in mutazione l’anima bella che è nascosta al resto.

A  me tutto questo fa allegria. Vederli popolare i portici è una manna, perché loro non sanno quel che c’era prima, per loro è tutto nuovo e bello. Loro abitano case future, come dice il poeta. Non vedono macerie. Non dicono “qua c’era questo, qua c’era quello”, come facciamo noi. Ci sarà tempo, via, per cercare le radici, e gliele insegneremo piano piano. Ma per ora ad insegnarci sono loro: occhi nuovi, parole nuove con cui ribattezzare i posti. Sono specialisti delle parole nuove, loro.

Giorni fa ho interrogato Francesco sui Promessi Sposi. Gli ho detto: “Descrivimi diffusamente Don Abbondio”. Tranquillo e serio, ha esordito in questo modo: “Don Abbondio, secondo me, era un sottone”. Ho riso così tanto, ma così tanto, che alla fine gli ho messo un voto in più.

Meritato. Perché sottone è una parola nuova, che i ragazzini conoscono e capiscono, e io no. Me l’ha spiegata lui, e poi la sera l’ho cercata su Slangopedia. Don Abbondio sottone avrebbe fatto ridere Manzoni, che l’avrebbe interpretato come un modo singolare per far vivere ancora il suo romanzo, per dargli linfa nuova. Ci sarà tempo per spiegare, ma adesso l’etichetta fa allegria.

Il dispiacere puoi trovarlo ovunque: come l’ipocrisia, o la bellezza stupida, la serietà fasulla di chi  non sbaglia mai. Il dispiacere è come la bruttezza, lo trovi ovunque vai.
La gioia, invece, devi andartela a cercare, devi voler scavare.

Spesso risiede nelle cose di passaggio: una città che nuovamente nasce, l’età di un ragazzino che cresce e si colora. Magia di tutto ciò che non è più, e non è ancora.

 

L’AMORE AI TEMPI DEL NASO

“L’amore non è nel cuore, ma è riconoscersi dall’odore”. Dice il poeta.

Quindi, se state camminando e qualcuno vi affianca e vi annusa, non è Jean-Baptiste Grenouille, il protagonista di Profumo di Suskind, che vuole scuoiarvi e fare un profumo con le vostre ghiandole sudoripare: è qualcuno che si è innamorato di voi.

L’innamoramento si verificherebbe, secondo una legge omeopatica, tra due soggetti chimicamente compatibili, e per misurare questa compatibilità ci vuole naso.

Sempre più spesso, quando parliamo d’amore, parliamo di feromoni, di ormoni, di “pelle”. Si usa il termine “annusare”, come fossimo Pallino di Bulgakov, impegnati nel disperato tentativo di recuperare un’animalità perduta.

L’espressione “andare a naso” ha sempre avuto un’accezione negativa, ma in amore si è presa la sua rivincita, in amore il naso non solo ci azzecca, spiega anche scientificamente i motivi dell’attrazione: l’amore, a quanto pare, è chimica.

Dopamina, ossitocina e adrenalina sarebbero alla base della cosiddetta sindrome saffica di cui parlava Catullo: salivazione azzerata, orecchie che ronzano, occhi annebbiati, sudorazione. Non è merito di Lesbia formosa, come pensavamo noi poveri idioti. No, è la chimica, e crea dipendenza. E’ uno stato di grazia che vorremmo durasse per sempre.

Ma in natura nulla dura per sempre, tutto scorre. E allora? Che cosa succede nel tempo, quando gli ormoni fanno pace col cervello? Succede che la sindrome si placa, il naso si abitua, e tu devi decidere che cosa fare. Alla natura, subentra la cultura.

Puoi decidere di seguire il naso finché morte non ti separi (dal naso), e allora sarai un eterno adolescente. Non a caso il termine “adolescente” viene dal latino ad-oleo, che significa “inizio ad avere odore”. Come Jean-Baptiste Grenouille, diventerai un collezionista. Niente da dire, in verità, ma è una scelta poco pratica, perché richiede un sacco di energie e la natura non ce ne regala così tante.

Oppure ti fai due conti, e inizi una valutazione costi-benefici: lo “stress da naso” è nocivo per il sistema cardiovascolare. Conviene iniziare a mangiare un kiwi al giorno, praticare una dieta bilanciata e ostentare un grande apprezzamento per un profumo che in realtà non senti più. In questo caso, alla chimica subentra l’immaginazione.

Oppure, infine, riesci a praticare un sano sentimento di pietas. Sai sorridere dei difetti che sono lì, evidenti, senza negarli, tangibili come l’odore che nel tempo cambia, ma che riconosci sempre: è la tua storia. Le piccole debolezze, le fragilità, diventano affinità elettive.

E questo non è più chimica.
Non è più immaginazione.
Questo è Arte.

IL PACCO

Oggi avrei dovuto scrivere un elzeviro simpatico, ed era praticamente già tutto nella testa, dovevo solo dettarlo. E invece c’è qualcosa di urgente che mi assilla, qualcosa di terribile che noi insegnanti, in gergo, con voluti e sottintesi doppi sensi,  chiamiamo: “il pacco”.

Il pacco di compiti da correggere.

Il pacco è cupo, aggressivo, una fatica disumana, di quelle che rimandi perché è troppa. Il pacco ti devasta. Dopo aver corretto il pacco di Italiano vedi tutte le pronomicelle che ballano: ce, c’è, ce n’è, ce ne, gli, le, glielo, gliel’ho, là, l’ha, la, se, s’è, sé… Vedi ognuno con la i, vedi le h nei posti sbagliati. Ti  vengono i dubbi sulla beneficenza, sulla pasticceria, sulle i che vanno che vengono, sulle ciliegie, sulle lance e sulle fasce. E ti chiedi perché mai nessuno dei ragazzi usi il vocabolario, che è lì, è a loro disposizione. E la risposta è semplice: perché per aprire il vocabolario di Italiano devi avere un dubbio. E il dubbio non c’è.

Ecco allora che, dopo aver corretto il pacco, hai bisogno di una camera di decompressione, tipo ritirarti in una comunità di recupero a leggere Dostoevskij e a coltivare bonsai.

Eppure nel pacco ci sono anche delle belle sorprese: idee nuove, spunti originali! Però stanno tutte nella brutta copia, sotto le cancellature. Sotto quei ghirigori neri e nervosi intravedi bellissimo il pensiero che si affaccia… Ma poi si ferma, si blocca, e si ritira rassegnato. E la bella copia, in due scarne colonnine, porgerà l’articolazione di un pensiero elementare, perché ciò che i ragazzi non riescono a dire viene prontamente eliminato, insieme al pensiero complesso.

Tanti alunni mi dicono: Pressoré, eddai, io a Italiano sono sempre andato male!

Lo dicono con una punta di orgoglio, perfino! “A Italiano”: cioè quella roba lì piena di sentimentalismo, fiorellini, arcobaleni e paesaggi. Anche nell’immaginario collettivo degli adulti la meravigliosa vita dei laureati in Lettere si colloca  ai piedi dell’ermo colle, davanti a una siepe, a non fare un tubo, se non a guardare la luna con ciglio nebuloso e tremulo.

Almeno fosse per colpa dell’alcool. No, è nebuloso e tremulo per le lacrime. Perché “Italiano” è una tragedia. Morti, stragi, parricidi, guerre, malattie. E’ venuta meno anche quell’empatia che un tempo faceva fraternizzare con un Giovannino Pascoli. Oggi l’unico punto di riferimento concreto è la cavallina storna che portava colui che non ritorna. Perché muoiono tutti, a “Italiano“.

Oppure  “Italiano” è quando t’innamori e stai nella pineta a sentire i rumori delle foglie sotto la pioggia, mentre giochi a nascondino con Ermione mezza nuda. E questo è già un aspetto che potrebbe essere più interessante, ma è solo la fantasia erotica di un ricco nullafacente. “Italiano” non serve a niente: è il regno dell’inutile, mentre tutto il resto del mondo fa i soldi.

E non diamo come sempre la colpa di tutto questo ai telefoni cellulari: litterae non dant panem, da sempre. La mistificazione dello scientismo impone da sempre che – scusate il bisticcio – le lettere non sappiano contare.

E invece no. “Italiano” è tutto ciò che abbiamo per elaborare ed esprimere il pensiero.

E potremo continuare a farlo solo se la civiltà che ci circonda sarà in grado di conferire a questa disciplina la dignità e il rispetto che essa merita. E se non dovesse accadere, allora resteremo solo noi a scuola, a dire che scrivere, bisogna.

Perciò adesso a noi due, pacco malefico. Grazie a te forse domani un ragazzo riuscirà a dire di più, a dire meglio, a dire perché. Magari domani un ragazzo riuscirà a spiegare  perché dirà “sì”, quando dirà sì.

E perché dirà “no” quando un giorno (speriamo) dirà: “NO”.

 

LA PUGLIETTA – IL SEQUEL

A sei anni dall’uscita della prima “Puglietta”, il sequel.

“La Puglietta”, per chi non lo sapesse,  è quella parte della nostra Piazza dove al mattino batte il sole.

A una cert’ora, infatti, Piazza Duomo si fa di due colori: scura la metà che sta dal lato della Villa, chiara e assolata quella che dà sul lato opposto. Ecco, quella lì, proprio quella a solatìo, è la Puglietta. E’ quella parte calda della piazza che i nostri vecchi chiamavano “Puglietta” ironizzando sulla transumanza, e sul nostro passato pastorale.

Un bel calduccio c’era alla Puglietta, come quello che cercavano i pastori che accompagnavano le greggi al Tavoliere, scappando dal freddo dell’inverno montanaro.

Mentre la piazza, al centro, era il regno delle donne e del mercato, la Puglietta era il regno degli uomini, l’androceo dei vecchi, un piccolo senato. Le femmine si davano da fare a commerciare, a contrattare, a sistemare le granaglie al centro della piazza; e i maschi che le avevano portate lì dalla campagna, quando il sole usciva, andavano a stagliarsi contro il muro.

Quel muro piano piano iniziava a riscaldarsi, e loro gli stavano da presso, contenti dell’appoggio, in fila: sembravano piccioni lungo una grondaia. Ciarlavano e guardavano i passanti. La Puglietta diventò pian piano il circoletto spensierato di anziani e pensionati di ogni tipo.

La piazza è bella adesso, nuova, radiosa. Non ti ricordi più della Puglietta, né del passato antico pastorale. La rivuoi viva, quella piazza, allegra, moderna, vissuta finalmente dalla gente.

Ma quando arrivi, ogni tanto, tu guarda la Puglietta. Ricordati dei vecchi. Hanno pagato un prezzo caro, loro, una seconda guerra. Ogni tanto ricordati di quelli che, appena giunti al mare, piano piano, mese a mese, sono volati via, chiedendo scusa del disturbo dato ai figli. Nemmeno la consolazione di vedersi scritto sopra “6 aprile”. Ma fu quello il giorno, lo sappiamo.

Chi aveva i mezzi, o gli strumenti per sopravvivere al disastro, adesso è un reduce, sopravvissuto ad una guerra, come se non bastasse quella vera, combattuta da bambini.

Mia madre è intrappolata dentro l’incubo che è stato. A una cert’ora, tutti i pomeriggi, quando la luce piano piano si trasforma, lei con la testa rivive tutto da principio: prima la tenda, poi la finanza, poi la casa provvisoria, e poi la casa nuova, che non riconosce.

Poi, verso sera, entra in un altro sogno. Vuole con sé la borsa, l’ombrello, il cappotto e il cappello. E sta seduta, in ansia, come se aspettasse il treno. Da cinque anni in qua, tutte le sere, fino al giorno dopo. Una tortura.

E’ Dino a portare questo peso grande. Io vado, sto un po’ con lei, l’abbraccio, scavalcando quella borsa stretta sulle gambe. Mi faccio largo sotto a quel cappello, la bacio, cerco di raggiungerla. Le dico piano piano: “sì, madre, aspetta, aspetta… non andare”.

AMICHE GENIALI

Le mie amiche conoscono il valore del denaro e della fatica che si fa per guadagnarselo, perciò comprano vestiti solo se serve, e quando serve.

Mi raccontano ora dei saldi di fine stagione nei negozi griffati, normalmente inavvicinabili. Lo chiamano momento di sciapo, bella definizione per viversi questo strano rito collettivo in maniera consapevole. Ma non trovano quasi mai quello che si aspettavano, quindi alla fine comprano poco o niente in queste svendite.

Le esperienze dei saldi di fine stagione possono ridursi, effettivamente, a due tipologie: autolesionistiche e con gratificazione a soglia.

Nelle autolesionistiche tutto ti sta male: vai in cabina, ti provi l’abito, e quasi sempre avanzano cinque centimetri sia alle mani che ai piedi.  Le commesse ti intimano di uscire dalla cabina, e tu da dentro, con la voce di Clint Eastwood rispondi: vieni a prendermi!

La questione del fuori misura è seria. Questi grandi stilisti fanno i vestiti per gli alieni. Ma gli alieni non quelli buoni, tipo E.T., no, gli alieni quelli altissimi, bianchissimi e magrissimi, senza capelli e con due buchi neri inclinati al posto degli occhi. Per indossare una giacca non ci vogliono le spalle, devi essere una stampella. I pantaloni sono concepiti in modo da reggersi sulle ossa dei fianchi, che tu non hai visto sporgere neanche dopo che hai fatto l’operazione alle tonsille. Dovremmo pensare, dunque, che le persone che comprano le firme siano tutte altissime, bianchissime e magrissime, ma di fatto poi non è così, è un trucco: quando aprono bocca li senti dire: “Teleeeefono… caaaasa”. Ma il vestito copre la realtà.

C’è una buona consolazione a tutto questo: gli alieni devono pur spogliarsi, prima o poi. E non dev’essere bello vivere col terrore di doverlo fare.

Veniamo alle gratificazioni a soglia: significa che l’abito ti sta benissimo finché non varchi la soglia della boutique. Subito dopo ti sta da schifo. Si evince, da tutti i racconti delle mie amiche, che lo shopping seasonal sales è come l’amore: cieco. Saranno le luci, sarà lo scintillio dell’arredo, sarà l’effetto Pretty Woman, fatto sta che ti guardi in negozio, e ti sta bene tutto. Sei pure alta e bionda. Poi però esci.

Evviva la mia amica geniale, che se ne infischia delle mode, e compra gli abiti solo quando le servono! Una volta, per esempio, aveva un bell’abito da cerimonia, di buona fattura, costoso e di alta qualità. E – come dice la parola – lo usava per le occasioni speciali. Alla fine di una cerimonia in cui lo aveva indossato con garbo ed eleganza, un’altra amica, però un’amica perfida (insieme alle amiche geniali ci sono sempre anche quelle perfide) andò di proposito a salutarla:

– Ciaaaao caaaara…. Come staaaaai….

– Ah, ciao! quanto tempo che non ci vediamo…

– Sì, non ci vediamo dal matrimonio di Giorgio, tre anni fa!

La perfida pronuncia la frase in maniera infingarda,  lanciando uno sguardo da capo a piedi al vestito di lei, che è lo stesso della cerimonia di tre anni prima.

Senza scomporsi, la mia amica geniale le fa: “Io posso sempre comprarmi un vestito nuovo. Ma tu una testa nuova dove te la vai a comprare?

E dove se la va a comprare? Certi articoli che costano davvero tanto, in termini di fatica. E non vanno neanche in saldo…

 

 

QUANDO VOLAVANO I PIATTI

Sulla fiera della Befana è stato già scritto tutto. Perciò condividerò con voi qualcosa di molto personale. Lo ammetto senza remore: io subisco il potere fascinatorio degli imbonitori che vendono i piatti.

I primi che io ricordi si mettevano a piedi piazza, davanti al palazzo delle Poste e Telegrafi, dove lavorava mio padre. Quella strabiliante abilità nel lanciare i piatti davanti ai compratori, in realtà, è venuta meno nel tempo, e oggi non è bello com’era in antico, quando i piatti volavano, ammonticchiandosi uno sull’altro, in ordine sfalsato, fino a formare una torre tremolante di un servizio da dodici tutto colorato. Capitava che ogni tanto si rompesse qualche pezzo, ma l’imbonitore, senza scomporsi, cambiava servizio e ricominciava l’asta: “E vi ci metto sopra la zuppiera! e vi ci metto pure le tazzine!… E mi voglio rovinare… vi ci aggiungo pure il piatto da portata!… Aggiudicato a quel signore!”.

Di quel servizio, nel corso dell’anno, si rompeva sempre qualche pezzo, e spesso a San Silvestro gli si faceva fare un altro tipo di volo: fuori dalla finestra, per ricomprarne uno nuovo dopo cinque giorni, alla fiera della befana. La mattina di Capodanno vedevi allora sulla strada cocci su cocci, una barbarie che aveva il valore simbolico di fare spazio alla roba nuova, buttando via quella rimasta spaiata.

Oggi puoi ancora trovare gli imbonitori dei piatti nelle fiere, o nelle televendite sulle reti commerciali dedicate, ma non troverai mai più lo spettacolo dei piatti che volano. Nelle televendite, più che i piatti, trovi stracci magici, sbucciapatate, affettatrici, spremiagrumi: tutti attrezzi che nelle mani degli imbonitori appaiono miracolosi tanto quanto nelle vostre saranno aggeggi infernali. Ma il potere ipnotico dell’imbonitore è ancora integro, con i piatti e senza piatti: statistiche alla mano, sembra che chi soffre di insonnia trascorra una buona parte della notte a guardare le televendite, e quello che prima era un rito collettivo, festoso e apotropaico, è diventato un piacere onanistico, notturno e solitario.

A questo punto vi starete chiedendo che c’è di personale in tutto questo.

Ebbene, c’è che ogni giorno, quando io svuoto la lavastoviglie, tiro fuori i piatti e li sbatto ad uno ad uno sul piano della cucina, facendo lo stesso identico rumore che facevano gli imbonitori. E quel rumore mi piace, mi dà una gioia intima e profonda. Sarà l’acciottolìo di cui parla Gozzano nella Signorina Felicita, quando Maddalena tira via le stoviglie? O non sarà piuttosto la sensazione provata davanti allo spettacolo dell’imbonitore della bancarella dei piatti sotto al Palazzo delle Poste e Telegrafi? Non so rispondere a questa domanda, ma quello che so è che svuotare la lavastoviglie, uno dei lavori domestici più noiosi, finisce per farmi sorridere, mi dà allegria, e il suono dei piatti che sbattono uno sull’altro mi coccola e mi accompagna per il resto della giornata.

Beh, a casa si lamentano parecchio, in verità: “Può essere che devi fare quel casino quando svuoti la lavastoviglie?”.

Eeeeh quante storie! – dico tra me – tappatevi le orecchie!
E continuo a sbattere i piatti, con gusto e precisione.

E se ne rompo qualcuno, pazienza.
I piatti in cui si mangia devono fare il loro ciclo.
E bisogna fare spazio, per far entrare i colori nuovi.

BUON ANNO, ENRICO

Enrico mi scrive a ogni festa comandata.

Non usa WhatsApp, non usa auguri preconfezionati, non usa le gif con le solite idiozie, non mi inoltra auguri impersonali, non mi inserisce in una comoda mailinglist da cui fare “invia a tutti” e togliersi il pensiero. Niente di tutto questo: Enrico usa ancora i messaggini, i vecchi “sms”, ormai in disuso. Mi scrive frasi deliziose, garbate, dal sapore antico. Lo stile della sua scrittura potrebbe definirsi ottocentesco. E ogni volta è una sorpresa: Capodanno, Pasqua, Ferragosto, Natale: gli auguri di Enrico non mancano mai.

Oggi, per esempio, gli auguri più belli sono stati i suoi: “Il 2019 è stato un anno pesante, ma bisogna andare avanti, il 2020 sarà migliore. Tanti cari auguri. Enrico”.
Che c’è di strano? direte voi.

Di strano c’è che io non so assolutamente chi sia Enrico.

Sono anni, ormai: ad ogni festa comandata lui fa capolino, con le sue parole dolci e rassicuranti, capaci di lasciarmi stupefatta. Poi, per qualche giorno, mi assale lo stesso dubbio amletico: che faccio? gli rispondo? gli scrivo: “Signor Enrico, non so chi lei sia, ma sappia che io non la conosco, lei ha sbagliato numero, pertanto le consiglio di guardare bene chi sia la persona a cui lei intende scrivere, perché quella non sono io”. Sì, è questo che dovrei fare.

Ma ogni volta ci ripenso, e lascio stare. Perché Enrico ci tiene tanto a mandare questi auguri. Non si aspetta nessuna risposta, ne è prova il fatto che continua a scrivermi. Forse dovrei telefonargli, forse dovrei spiegargli a voce l’equivoco. Ma ogni volta mi dico che è meglio di no, che se lui continua a scrivere, pur non avendo risposta, forse ha bisogno di sapere che comunque quella persona esiste, e che lo legge, e che è contenta di ricevere i suoi auguri. Enrico, sei uomo d’altri tempi: ti immagino nel tuo salotto demodé, a cercare le parole ad una ad una, con la calma di un vecchio orologio a pendolo… tic-tac-tic-tac…

Ho deciso, non chiamerò neanche stavolta. In fondo, che fastidio mi dà? Nessuno. E se il caso ha voluto che quell’ sms finisse a me, e non a qualcuno che si infastidisse e lo bloccasse dicendo “ma guarda che idiota”, qualcosa vorrà pur dire! Perciò, Enrico, ti aspetto. A Pasqua, e poi a Ferragosto, e poi a Natale, i tuoi auguri saranno più dolci di quegli stupidi “inoltri” così trandy, ma così impersonali…

So bene che cosa state pensando: che quegli auguri non sono per me, e che perciò non dovrebbero darmi alcun piacere. Ma è così dolce il fatto che esista al mondo qualcuno che scrive senza aspettarsi nulla in cambio, allora perché deluderlo? e se poi non trovasse mai più la persona a cui scrive? No. Non sarò certo io a dargli una coltellata, mai!

Certe cose è meglio non toccarle, e lasciarle stare così come sono. Buon anno, Enrico.

ERAVAMO IN SERIE B

Le foto in bianco e nero hanno ancora il loro fascino. Anzi, adesso che le passi in digitale, puoi perfino ingrandire col touch, o zoomare sui particolari.
In questa foto, per esempio, puoi farlo con i baffi alla Tom Selleck di Franco, o col sorriso di Annamaria, con i capelli rossi di Patrizia, con quelli lunghissimi di Antonella, con il caschetto di Stefania alla Buddy Lawrence. O con le mie trecce.
Questa foto me l’ha mandata alcuni anni fa Rita, la Capitana, quella vicina a me nella foto.
Il CUS L’Aquila – Pallavolo femminile – stava in Serie B. E qualcosa merita di essere raccontato.
Per esempio, che ci allenavamo nella palestra dell’ITIS, attuale sede della Direzione del GSSI, una palestra dalle volte altissime, o almeno io così me la ricordo. Il doping non esisteva, non esisteva neanche la cura maniacale dell’alimentazione e del corpo. Si faceva a mala pena riscaldamento, poi si cominciava subito con la palla. Niente palestra. E nelle squadre c’era posto per tutti. Io, più dotata nelle questioni intellettuali, non ero proprio fortissima, ma avevo il merito di essere  affidabile. Dove non arrivavo, mi coprivano le compagne più forti. Funzionava così. Erano tempi in cui non importava tanto il talento dei singoli, importava la squadra, e la squadra noi ce l’avevamo. Quelle fortissime all’attacco, quelle fortissime in difesa, quelle fortissime a fare supporto. E arrivammo in serie B.
Lo sport non era come adesso. Le partite che giocavamo in casa erano una festa, con un tifo sfegatato di ragazzi e ammiratori che ci mettevano l’anima. Adulti non ce n’erano, genitori  men che meno. Le trasferte le viaggiavamo con un pulmino tutto scassato. Accadevano cose oggi impensabili, tipo che una volta andammo in un paesino della provincia noto per avere “il coltello facile”, e si giocava con un certo nervosismo. Vincemmo, ma quando ripartimmo ci presero il pulmino a sassate. Cose da non credere.
E mi ricordo di un altro paesino in cui la palestra era stretta stretta, sul punto di battuta c’erano degli scalini, e su questi scalini si appollaiavano i ragazzi del posto, amici e parenti delle nostre avversarie, In pratica, al momento di battere il servizio, il loro naso era pressoché vicino al nostro sedere! Cose oggi impensabili.
E delle canzonacce che cantavamo sul pullman al rientro dalle trasferte… ne vogliamo parlare? Cari miei, quante risate. Una volta giocammo a San Giovanni Rotondo… ma questa è meglio che non ve la racconti, le mie compagne stanno già ridendo.
Quelle compagne me le ricordo tutte, e quando ci incontriamo è sempre una festa: baci e abbracci che non si sa.  Non sono una nostalgica dei bei tempi andati. Non si stava bene a quell’epoca, oggi sicuramente ci sono grandi conquiste dal punto di vista del rispetto e della sportività. Si era più spartani, più ruspanti, ma c’era posto per tutti, nonostante i livelli fossero alti .
Oggi i nostri ragazzi vivono in una competizione sfrenata: spesso lo sport è peggio della scuola, perché la scuola ha perso completamente la sua funzione di riscatto sociale. Ai ragazzi oggi non importano tanto i risultati scolastici, interessano molto di più quelli sportivi, perché nello sport metti in gioco il tuo prestigio, la tua credibilità, quella che i ragazzi chiamano “popolarità”.
Oggi succede che i ragazzini competono tra di loro, invece che con gli avversari, perdendo di vista l’aspetto ludico, il senso di appartenenza, e la squadra. E questo succede anche a livelli bassissimi.
Noi, invece, eravamo in serie B.

MINIMA ANIMALIA

Per la mia generazione il rapporto di rispetto degli animali non è così scontato come è per queste nuove. I nostri genitori ci trasmettevano infatti un rapporto con gli animali piuttosto barbaro: gli animali erano sporchi, portavano malattie, non capivano, non erano dotati di sensibilità e semplicemente esistevano per servire l’uomo.

Quindi per noi il rispetto degli animali e il loro riconoscimento in quanto creature dotate di intelligenza e sensibilità è una vera e propria conquista.

Così, se un giorno ti ritrovi con un cane, ti devi improvvisare.

Il cane non ha un suo tempo, il suo tempo è quello tuo, lui vive in attesa che tu ritorni per poter vivere il suo tempo, che è quello che ha con te. Il cane ti guarda e aspetta che tu dica andiamo.
Allora piano piano ti lega, ti mette il suo guinzaglio. E ti ritrovi che ti porta a spasso.

Quando inizi a parlare con lui soltanto con gli occhi, sei in upgrade.

Ma il mondo è pieno di haters dei cani. In genere, sono quelli che hanno paura. Non rimprovero loro la paura, rimprovero loro che rompono le scatole agli altri. La loro paura viene prima.

Ma se avessero occhi, dietro quella paura, vedrebbero la poesia: qualcuno che porta a spasso un cane dal passo lento e con le occhiaie, adeguando il suo passo.

Aver vissuto una vita senza aver mai avuto un cane significa aver perso una poesia.

Non perché fate del bene al cane.
Non perché vi sentite soli.
Solo perché a lui puoi davvero dire: “per sempre”.

 

NOVEMBRE

Le iscrizioni mi piacciono, ovunque si trovino. Mi piacciono i graffiti, le scritte murarie, gli scarabocchi lasciati dai ragazzini sui vetri delle macchine, le incisioni, le iniziali – che certamente rappresentano là per là una barbarie, ma che poi col tempo acquisiscono un ruolo piacevole di testimonianza.

Che sarebbe la Casa dei gladiatori a Pompei, se le ragazze non avessero lasciato sui muri le loro scritte di ammirazione per i muscoli dei lottatori? Un fascino dimezzato. E come potremmo capire la vita quotidiana degli antichi romani, se non avessimo le scritte murarie della gente dell’epoca, per esempio le scritte elettorali?

Le iscrizioni hanno un fascino incredibile, anche quando ti fanno imbestialire perché le trovi sulla croce di ferro della Crocetta, sull’eremo più sperduto, perfino se vai in Tibet – sono certa che in cima ci trovi la scritta di qualcuno che ci è passato prima di te e che ha voluto lasciare un segno.

“Un segno”, ecco. In realtà le iscrizioni hanno il fascino di tutti i segni che aspettano di essere letti. Dicono: Io esisto, e sono passato di qua.

Per fortuna adesso esistono i selfie, quindi i muri si sporcano molto meno. Un selfie non devi neanche lasciarlo là, te lo porti dietro, non sporca e non inquina. Quando non c’erano i selfie la gente scriveva sui sassi, li rubava perfino. Si portavano via i sassi del Colosseo, le tessere dei mosaici, i mattoni delle case.

Ma che fascino avevano, però, e che fascino hanno tuttora le iscrizioni!

Mi piacciono tantissimo perfino le scritte sulle lapidi.

Ce n’è una che mi piace tanto, dal lato Acquasanta: “FORSE CI INCONTREREMO ANCORA, UN GIORNO, NEL BEL MEZZO DELL’UNICA FESTA CHE NON PUO’ FINIRE”. Stop. Non c’è un nome, non c’è una data. Però ci vedi la bell’Epoque, una coppia, e feste da ballo, vestiti eleganti, champagne a fiumi. Il potere di una scritta su un sasso.

Vicino a quel sasso, un paio di anni fa ho incontrato un ragazzo che con accento toscano mi fa: “Oh la mi schusi Signora, sa micha dov’è messo Magnotta?“. Mi metto a ridere, lui ride con me, non ci crederete, ci abbracciamo come due fratelli.

Mi spiega che sta accompagnando la sua ragazza, aquilana che studia a Siena. Mi spiega che sa tutto di Magnotta. Mi spiega che giacché stava lì, ad accompagnare la ragazza che era tornata per il ponte dei Morti, voleva andare a vedere se era vero che c’erano dei pezzi di lavatrice portati lì dai ragazzi.

Mi metto a ridere, gli dico di no, mai visti. E poi ce lo accompagno.

Gli spiego che le lavatrici in posti del genere non sono ammesse, ma che sono contenta che qualcuno che non è di qui lo vada a trovare. Spero solo che non si faccia un selfie macabro.
Ma non sono certa che non se lo sia fatto dopo che me ne sono andata.

Salutandolo gli dico: “Laggiù c’è Libero! Lo conosci Libero?”. Mi dice di no, mai sentito nominare.

Faccio spallucce e bisbiglio tra me, aprendomi a un sorriso: “Davvero non conosci Libero? …. Che mondo!

 

MA SUCCEDONO TUTTE A TE?

Adesso qualcuno mi ferma e ridendo mi chiede: “Ma capitano tutte a te?”
Vi dirò un segreto: quello che io racconto, e che capita a me, in realtà succede pure a voi. Anzi, a voi di più, perché mentre io sono qui a scrivere, a voi sta sicuramente succedendo qualcosa.
Però bisogna accorgersene. Semplicemente, io me ne accorgo. E so tradurlo.
Ogni fatto è una metafora. Senza leggerlo come una metafora, quel fatto è insignificante: non è un bel quadro, è solo una crosta, uno stupido scarabocchio.
La metafora è il sale della vita, è quello che ti fa ridere ti fa piangere davanti a qualsiasi cosa. Perciò quando mi chiedono Ma è possibile che capitano tutte a te? Io rispondo che… il segreto è la metafora! Vedere le cose diverse da ciò che sono, vedere altro, e poi io lo scrivo, ed è proprio lo stesso che tu pensavi, ce l’avevi anche tu sulla punta della lingua.
Era quel non so che che stava dentro e non riusciva a uscire. Qualcosa di non detto che quando lo dici, quando lo capisci, e senti un Eureka, una lampadina che si accende, è come quando i Pokémon si evolvono, come quando un software fa l’upgrade. E’ come quando calpesti una pozzanghera, e non ti accorgi che ha la forma di una mucca. Io la mucca la vedo.
Non mi ricordo chi ha detto che ci sono due modi di vivere: come se tutto fosse un miracolo, o come se niente fosse un miracolo. E’ come dire: come se tutto riesca a stupirci, o niente riesca a stupirci.

Perfino una cacca di cane lasciata a terra da qualche cafone, diventa un segno, più ancora della sua stessa barbarie. E se la calpesti (merda!), ti metti a ridere, a ridere e a ridere, perché stavi con la testa tra le nuvole.

E poi ti dici: “Perché, dov’è che deve stare, la testa?”. Eh sì, i piedi devono stare per terra, e la testa tra le nuvole. Mai il contrario.

Ecco perché, capitano tutte a me.

DI PIEDI, DI SETACCI E D’ALTRE STORIE

“Si nn pess’ la farina, nn li fe li tagliulin’….”

N’duccio

Dicono che l’estate sia il momento peggiore per rompersi un osso del piede.

Se proprio te lo devi rompere, meglio farlo d’inverno, non ti pare? l’estate è fatta per uscire, viaggiare, correre, scalare le montagne e navigare i mari. D’estate si sta in ferie.

D’accordo, ma uno mica può scegliere. E io non l’ho scelto, anche se un tantino di legge d’attrazione forse ci ha messo lo zampino – e chi possiede qualche rudimento di psicosomatica saprà bene dove collocare l’episodio.

Sapete che c’è?… alla fine non è stato poi così male. Niente arrostata di Ferragosto, niente vacanze obbligatorie, niente racconti di viaggi, nessun debito alle prassi comuni dell’estate. Silenzio assoluto. Ci sei tu e il tuo non poter fare.

Avere un piede rotto in estate è un’esperienza unica, anche perché in città non c’è quasi nessuno: devi arrangiarti da solo su tutta la linea. Il certificato medico? te lo scarichi dal sito dell’Inps. La spesa? La fai online e te la fai portare a casa. E che soddisfazione! Dici ce la faccio, me la cavo, non devo chiedere, posso farcela, anche con l’handicap!

E hai tanto tempo per rimuginare.

La malattia è sempre un momento di ruminazione, si rumina, si rumina… si sviscerano tutte le scelte fatte, a volte si rivivono, si riconsiderano, si aggiustano e si correggono. A volte sbagliando, altre no, ma è sempre davvero un bel processo. Rumini soprattutto su chi c’è e chi non c’è; rumini su chi non c’è e avresti voluto che ci fosse, su chi invece c’è, e non te lo saresti mai aspettato. Ed è una bella sorpresa, ha il sapore dolce dello stupore, di un arrivo inaspettato .

Quando rimetti il naso fuori, l’handicap ti resta incollato addosso.
Quel piede ancora fasciato ti pesa, sei vulnerabile, sei fragile. E questo momento di fragilità te lo vivi pensando che tutti lo vedano, e capiscano, che notino il tuo piede fasciato ancora dolorante, che ti agevolino l’ingresso in un negozio, o che su strada tollerino la tua guida timorosa; o che su un marciapiedi troppo stretto sopportino senza sbuffare i tuoi movimenti impacciati.

Ma non è così. Il piede lo vedi solo tu, ti spintonano perfino, suonano il clacson, perché il piede fasciato mica lo puoi mettere fuori dal finestrino perché lo vedano.

Capisci – per la prima volta nella tua vita lo capisci veramente – quanto possa far incazzare la condizione di chi ha un handicap. La montagna incantata Ã¨ stato da sempre uno dei tuoi libri preferiti, eppure solo adesso capisci veramente che la malattia è un passaggio obbligato per il Sapere. I cosiddetti sani se ne fregano, è sempre qualcosa che capita agli altri. Anche tu in fondo lo capisci solo adesso, nonostante tutti i libri che hai letto lo capisci veramente solo adesso perché devi portartelo sulla pelle, è un’altra cosa, non è più teoria, non è la carità pelosa di chi dice a bassa voce “poveretto”.
Adesso è sangue, è pelle: la tua.

Però… in un mondo di sani che corrono sull’asfalto come rulli compressori e fanno della velocità il loro stile di vita, tu ti godi tutta la meraviglia della lentezza. Ti godi il caldo, ti godi il sole, perché almeno per un po’ non devi più correre-fare-andare, quindi puoi godertelo. E siccome non hai nulla da dare e hai solo da prendere, scompaiono in tanti, per selezione naturale.
La malattia è un setaccio, separa la farina dalla crusca.

Niente tornerà più come prima: tutto sarà pulito, terso come un fondale di mare quando la sabbia si posa, semplice come impastare la farina setacciata.

Adesso puoi fare i tagliolini.

 


SPECULUM VERITATIS

Gli esperti dicono che i mali sociali dell’800 furono l’isteria e il masochismo.

Il male iniziato nel Novecento sarebbe, invece, il narcisismo. Ed è vero, accidenti.

Dovunque ti volti puoi trovare queste personalità accentratrici, che generalmente amano affiancarsi ad una Eco che possa ripetere quello che dicono, proprio come nel mito di Narciso.

Non si capisce per quale motivo sono superiori a tutti gli altri: non hanno fatto niente non sanno fare niente non hanno niente di più. Eppure la loro convinzione intima e profonda è che sono i migliori: the best in the world.

Nessuno riesce a scalfire questa loro  corazza, una corteccia fatta di convinzione e di un amor proprio che li fa vivere chiusi chiusi dentro il loro specchio, incapaci di apprezzare qualsiasi cosa.

Navigano in un acquario, convinti che sia il mare.

Mostrano un atteggiamento o rabbioso o schifato: non camminano, levitano.

La tua presenza lì infastidisce, perché è insulsa. Ti guardano, ti leggono, e poi dicono: “Tzé, scontata!”. E fallo tu, lo scontato che faccio io. Dille tu, le cose scontate che dico io.

Oppure tanti colleghi che hanno i miei stessi Trenta e lode sul libretto, però i loro valgono più dei miei! Da dove gli deriva questa convinzione?

È che gli specchi sono falsi e bugiardi: riflettono ciò che pensi, e tu di te pensi tutto il bene possibile, e tutto il male del resto del mondo. Ti vedi bellissimo, grandissimo, intelligentissimo.

Cammini, fai lezione, stai in famiglia, vai in bagno… sempre con quello specchio in mano, non puoi lasciarlo mai, se lo lasci sei fregato.

Un giorno ti cadrà, dalla mano anchilosata che lo ha tenuto stretto per così tanti anni.

E allora ti vedrai a pezzetti.

Ognuno di essi ti dirà qualcosa di te che non sapevi.

E l’immagine globale che tenterai di ricostruire nella tua testa unendo tutti quei pezzetti sarà la stessa del Ritratto scoperto in soffitta.

E sarà tardi.

 

LA VITA NELLE COSE, ANCORA

Ultimo quadro.

Dopo dieci anni, si svuota pure l’ultimo container.

E ti chiedi perché mai non hai buttato tutto, lasciandoti l’ingombro delle “cose”, della “robbba”, mancando la certezza di un dove in cui poterla collocare un giorno.

Quel beauty me l’aveva regalato mio padre, compivo 15 anni e lì ci misi tutto tranne i trucchi, per i quali non ho mai nutrito grande simpatia. Era piuttosto lo scrigno dei segreti, il ricettacolo dei sogni, dei misteri, delle liste nere, degli oggettini strani di una ragazzina.

Non aveva torto Platone, a cacciare i poeti dallo Stato: accumulatori seriali, patologici cultori delle cose inutili, nota stonata nel concerto di motori delle fabbriche che producono “altre” cose, cose nuove, splendenti, à-la-page, che bruciano le vecchie come streghe.

Ed era proprio buffo a vedersi, quel beauty anni Settanta, squadrato come le macchine dell’epoca, sobrio nel suo colore pelle naturale, con le cerniere d’oro, il lucchettino ben protetto, e la chiavetta…

Ma ora, era arrivata la sua ora.

Pieno di polvere, ma in perfetto stato, lo guardo a mala pena per il dispiacere di quell’abbandono, lo metto in una busta insieme a una ventina di vestiti vecchi, e cerco una raccolta di indumenti. Il primo box che trovo è complicato da approcciare, c’è traffico, non c’è parcheggio, allora vado oltre, ne vedo da lontano un altro in mezzo a Via Strinella.

Accosto. Sul marciapiedi c’è una donna giovane che aspetta l’autobus. Scendo, prendo il sacchetto coi vestiti, lo poggio sul ripiano, tiro il maniglione, glu-glu-glu, e va giù, nel baratro del cesto. Rimetto in asse il maniglione, torno in macchina, e prendo il vecchio beauty impolverato. Come un ostensorio lo tengo in mano, mi avvicino al secchio. Ma la signora fa un piccolo grido, dice: Scusi, per favore! … Mi giro a lei, che è ferma, nascosta dagli occhiali e da un foulard tirato sui capelli.

Se lo deve buttare, lo darebbe a me?

Richiudo il maniglione. Le vado incontro, mentre un groppo mi sale nella gola. “Davvero lo terrebbe?” le dico, con la voce un po’ strozzata, la pelle che mi si arriccia sulle braccia. Volentieri – dice lei. E per alleggerire l’imbarazzo che potrebbe forse avere nel prendere una cosa da buttare, le dico, come fossi un venditore: “Se le piace il vintage, questo qui è perfetto”. Mi avvicino, apro il coperchio, a mostrare la meraviglia dell’oggetto, e come vecchie amiche ridiamo, ammirate come due bambine, poi apro tasche e taschine, le mostro lo specchietto in perfette condizioni. E’ contenta, dice che lo regalerà a sua figlia. La ringrazio più volte, felice che la cosa abbia un’altra vita. Me lo aveva regalato mio padre a quindici anni, dico a giustificare un po’ la mia emozione.

Lei lo prende con cura, lo aggiunge alla sua borsa.
Tendo la mano, la stretta è vigorosa per la gioia, ci salutiamo un po’ commosse entrambe.

Che sceme, eh? Un’adorabile scemenza, che potete capire solo voi che siete qui.

Le cose hanno una vita, hanno una storia, una poesia nascosta. Quel facile buttare che riesce tanto bene a tutti, io non ce l’ho. E – lo vedi? – c’è sempre un modo per riciclare tutto, è il ciclo della vita, le cose devono girare, per tonare vive.

Viaggio leggera adesso, è vero. Dal il terremoto ho imparato a non legarmi a niente. Non puoi perdere quello che non hai.

Ma insieme a quei Trecento se n’è andato via dell’altro, che riaffiora ogni tanto, ed io lo lascio andare, come sa fare la mia testa un poco svaporata.

Lo lascio andare, sì, finché… una voce non dica: “Lo dia a me”.

 

…………………….


Gnaris Barkley – Crazy

TRATTASI DI IGNORANZA!

Tutti indignati dopo il primo episodio della fiction della RAI su L’Aquila!

Due miei alunni hanno fatto parte del cast, e da tempo mi parlavano con gioia ed entusiasmo di questa fiction, fieri e orgogliosi di aver fatto una cosa così bella. E così mi sono chiesta come possano sentirsi questi due ragazzi sedicenni, oggi, davanti alle polemiche dei loro concittadini aquilani che hanno letteralmente “linciato” l’intera serie.

Ragazzi, aspettate… linciati … ma da chi?

Dagli aquilani che si aspettavano un altro docu-film, stile Guzzanti?
Non so quali fossero le aspettative legate all’uscita di questa fiction, non so come giustificare questa grande delusione, ma sono pronta a giurarlo: i lapidatori del telefilm sono esattamente gli stessi.

Gli stessi di che?

Fidatevi, gli stessi. Quelli che si sentono “rappresentativi”, ma che in realtà rappresentano solo se stessi. Quelli di cui tutti gli altri hanno piene le tasche.

Voi ragazzi dovete sapere che l’aquilano medio, normalmente, tace. E guarda  tutti questi grandi parlatori (per spiegarmi meglio, uso il termine che ben conoscete, “opinionisti”), e li guarda da lontano. Fa le spallucce, è rassegnato a tenerseli, come ci si tiene il freddo: sa che non se ne andranno mai, e ha imparato a conviverci, li conosce bene, li sopporta, accetta il vizietto. Li lascia parlare, tollerando il loro presenzialismo, la loro lengua affilata. Ma – contrariamente a ciò che accade nei social – l’aquilano medio mantiene silenziosamente la propria opinione, perché sa che i chiacchiaruni stanno lì per vivere il loro momento di gloria. E’ uso antico: mia nonna, grande interprete di aquilanità, quando vedeva comparire a parlare sempre gli stessi faccioni, diceva: ….Ma vatt’a rrepóne. Magnifico latinismo. Sapeva anche che dopo tutta quell’ammuina, restava tutto uguale. Debito alla cultura borbonica.

Ecco. Perciò, rilassatevi.

Gli opinionisti – e voi lo sapete bene – hanno un’opinione su tutto, anche su cose di cui non capiscono niente: non puoi guardarti una fiction, aspettandoti un reality. Una fiction è una storia, ci sono delle licenze – diciamo così – poetiche, utili all’economia della narrazione. Ci sono modifiche, integrazioni, anche storture della storia, se necessario. Le fiction, lo dice il nome stesso, lasciano ampio spazio all’immaginazione: alla base di tutto – voi lo sapete bene – vi è il patto narrativo, un accordo tra narratore e narratario, che prevede anche la deformazione della realtà. Si chiama “rapporto tra realtà e invenzione”. Manzoni, per esempio, ha studiato per anni la storia di Milano del Ripamonti, prima di scrivere il romanzo. Ciononostante, ha poi apportato delle modifiche alla storia, fatti salvi dei puntelli che erano salvi anche nel primo episodio della nostra fiction. Ma se andate al cinema, firmate un patto. Se leggete un libro, firmate un patto. Se non firmate, non vi godete lo spettacolo. E’ come guardare Ben Hur solo per cercare di individuare il legionario con l’orologio. Tutti presi dal plot ! Tutti a fare i grandi critici letterari sulla sceneggiatura! Tutti a dire Io c’ero! Ma chissenefrega che tu c’eri. C’ero pure io. Tutti c’eravamo.

Che poi…. lo volete sapere? La bicicletta è stato un bell’espediente narrativo per girare la zona rossa, per far entrare gli spettatori nei vicoli, nelle case disastrate, per farli sobbalzare sulle loro poltrone, davanti a quelle scene, raggiungibili solo a piedi.

E della questione della lingua? Ne vogliamo parlare? L’accento sarà stato umbro-marchigiano da parte di qualche attore, ma un debito alle physique du role glielo vogliamo concedere, al regista? E poi, diamine, è come se i milanesi si fossero lamentati del fatto che Manzoni ha “sciacquato i panni in Arno”, e che Renzo non parla in perfetto milanese, tutt’al più ci pensa. E poi, sinceramente, una strizzatina d’occhio al terremoto in Umbria e nelle Marche andava pure data, per simpatia. Ed è giusto così: fidelizzi uno spettatore come fidelizzi un lettore. La verità è che se qualcuno ha avuto il tempo di pensare ai dialetti, e alle biciclette, è perché non è voluto entrare nella storia. Forse per fragilità, forse per paura, forse per aquilanità, è rimasto affacciato al balcone a guardare e a criticare, in linea col DNA: chi sta alla colonna e chi fa lo struscio. E’ roba endemica.

Perciò… trattasi di pura ignoranza! ragazzi, via, non prendetevela. Se non s’intendono di narrazione, questi aquilani criticoni, almeno però dovrebbero intendersi di economia: dovrebbero essere contenti, che ancora si parla dell’Aquila, e felici, al vederla in televisione. Felici, del fatto che qualcuno verrà a fare turismo da noi, non a fotografare le case dei morti, bensì i magnifici restauri.

Sarò sincera: a me la fiction ha emozionato moltissimo, forse troppo. E vorrei prestare i miei occhi a tutti quelli che hanno criticato, ai quali dico: avete altre cinque puntate per cambiarvi gli occhi, firmare quel patto narrativo, e lasciarvi andare. Ritrattate. Non siete voi gli attori, capite? Gli attori sono quei ragazzi. Per una volta nella vita, cedete il passo, lasciate il palcoscenico, fatevi da parte. Vogliamo essere felici del fatto che alcuni di questi ragazzi erano i nostri? Felici che la città che vediamo in televisione sia proprio la nostra, la stessa che poteva essere morta, e che invece abbiamo tenuto in vita col nostro sangue?
Interpretando il pensiero di un italiano qualsiasi, aggiungo infine: ma è possibile che agli aquilani non gli sta mai bene niente?

Perciò io dico GRAZIE RISI. E grazie a Nicolò e Valentina e a tutti gli altri attori, soprattutto quelli aquilani. Siete stati meravigliosi, siete bellissimi. Fregatevene di tutte queste polemiche e state sereni, perché l’aquilano è così: è invidioso. L’Aquilano non ci vuole nessuno, all’Aquila. E’ portatore sano di un DNA altamente selezionato, resistente ai terremoti fino all’ottavo grado. Quanno sci rrevenuto? ieri. E quanno te nne revà? Domà. Ah, so’ contento.
Questa è L’Aquila.

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Per i miei 24 ragazzi-lettori, quella citazione fu la chiave del mio primo racconto dopo il sisma, Cronache Costiere, datato 1 maggio 2009. Ed ora è anche l’ultima, esattamente dieci anni dopo. Leggetevela. E non siate chiacchiaruni pure voi, studiate, leggete, aprite gli orizzonti, levatevi la casacca per le cose stupide, tenetela per le cose serie. Questo è il mio augurio. E non preoccupatevi per me, non mi tocca punto quel che si dirà di me. Perché “le persone danneggiate sono pericolose: sanno di poter sopravvivere”.

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PS: Se non volete guardare la fiction e volete la reality, in allegato metto due documentazioni bellissime, cose che hanno fatto VERAMENTE i nostri ragazzi dopo il terremoto. Una si chiama Container  è un bel report sul post-sisma, unico nel suo genere. L’altra è L’Aquila 2019, e ci sono dentro i sogni dei nostri ragazzi di dieci anni fa, tutto il loro lavoro, le loro grandi VERE speranze. Se volete il reality, leggetevi quello.

E adesso andate a studiare.
Non fatevi fregare.
Non date retta alla parola “domani”.
Domani è oggi.

 

HAIR, ANCORA

C’è una tragedia che accade nella vita di tutte le donne, prima o poi.

Accade sempre, anche quando si tratta di donne colte, laureate, preparate, e non importa, accade lo stesso, non puoi farci niente. Ti travolge come un uragano, e ti getta nel panico totale.

Ebbene, oggi è accaduto a me. Ho fatto la cazzata: sono andata dal parrucchiere e gli ho detto la fatidica frase: ” FAI TU”.

Lo so, lo so. Non dite nulla…

A mia discolpa posso solo dire che mi sono immediatamente resa conto, l’ho capito subito… ma era comunque troppo tardi, non sono riuscita a tornare indietro. E ho fatto come faccio sempre: ho chiuso gli occhi, e sono uscita da me, volata via, come se il corpo non fosse più mio.

E quando alla fine ho aperto gli occhi… orrore! Chi era quella? La sorella scema di Amelie? L’ultimo dei Marines, reduce dalla guerra del Vietnam?

Devo essere sbiancata, perché tutti in salone mi hanno circondata amorevolmente, chiedendomi se mi piaceva, e mi hanno offerto un caffè.

Ero senza parole, davanti a tanta arte!
D’altra parte, in quelle situazioni, che cosa fare? La colpa è mia! solo mia! solo mia e della maledetta frase: “FAI TU”. Nessuna donna mai, in nessuna circostanza, in nessun luogo – che sia il macellaio il medico il calzolaio – dovrebbe mai dire a chicchessia A CHICCHESSIA la frase: “fai tu”.

E invece io l’ho detta.

Senza alzare lo sguardo da terra, evitando ogni specchio, mi trascino alla cassa, pago (tocca pure pagare), esco, mi infilo gli occhiali da sole, cerco freneticamente nel bagagliaio un cappello. L’unico cappello che ho in macchina è adatto alla grande nevicata del 2012. Corro alla guida, torno a casa, digito su Google “tagli capelli corti 2019” e sì, sembra un taglio di tendenza, ma porca miseria, io sono contraria alle tendenze, specialmente se tendono verso lo schifo.

Allora faccio una bella pensata, cerco un taglio di capelli 2019 molto trandy, ancora più corto, da stampare e da mostrare domani mattina a Edward mani di forbice, dicendogli con la voce strozzata, mentre gli lascio intravedere, nascosto nella mia borsa, un coltello da cucina ben affilato: “FAMMI SUBITO QUESTO TAGLIO E GUARDA CHE LO VOGLIO MALEDETTAMENTE UGUALE”.

Quanto a te che leggi, ti avviso: se mi incontrerai, in questi giorni, guardati bene dal dire frasi del tipo uuuhhh…. come stai bene!…. Hai tagliato i capelli?…. No. Non ho tagliato i capelli: ho cambiato sesso e sono andata da un barbiere pellerossa che mi ha fatto lo scalpo, l’ha appeso al suo tomahawk e l’ha mostrato a tutta la tribù. Perciò smettila di guardarmi con quella faccia, so leggere gli occhi. E leggo nei tuoi occhi che ti stai trattenendo dal ridere. Guarda che quando ti ho incontrata io quel giorno che ti avevano fatti i capelli del colore di un alpaca di 58 anni, non ho riso. Ho fatto finta di non vederti. Mi sono girata dall’altro lato, in un gesto estremo di pietas. E quando ti appiopparono quel vestito che ti faceva sembrare una salsiccia strozzata? ne vogliamo parlare? non dissi niente, abbassai solo lo sguardo.
Quindi, cerca di fare lo stesso. Non ridere, non dire niente, girati dall’altro lato.

E sappi anche che ogni volta che ho visto quei programmi televisivi dove i cuochi e i parrucchieri sembrano delle divinità, ho riso di cuore di tutti quelli che si davano in pasto ai Guru della cucina e del salone per capelli. Ho sempre detto: ma guarda che cretini!  E nelle fotografie del “prima e dopo” preferivo sempre il prima.
Edward mi ha colto in un momento di debolezza…

La verità è che siamo in preda alla follia perversa di cuochi e parrucchieri come se piovesse. Tutti grandi artisti! è un delirio, alimentato dai gregari che li circondano.

Per fortuna la scuola è chiusa, e in 10 giorni qualcosa mi verrà in testa (è il caso di dire).

E non dirò mai più “fai tu”.

Se mi diranno “faccio io”, dirò “FANCU’ “.


Sinead O Connor – Feel so different

LA SALUTE

      

 

Per me il Latino è la lingua che insegno a scuola.

Ma da quando Marta mi ha invitato a quella festa, proprio da allora, “latino” è diventato il ritmo di un mondo pieno di sole, inutilmente desiderato da bianchi freddolosi e dotati di “due piedi sinistri”, come diceva sempre la mia amica Mayeline, cubana de Cuba.
Ma
i maestri di Latino – e Marta lo è – non sono come tutti gli altri bianchi: i maestri sono diversi, sembrano quasi neri, hanno la carne soda e i piedi giusti per disegnare cerchi in cielo, in terra e in ogni luogo.
Mi hanno invitato alla fiesta latina, e ho accettato volentieri.

La Balera è un regno che bisogna esplorare almeno una volta nella vita. Se sei nato quando si cantava Come on baby light my fire, o sei cresciuto con i Pink Floyd, oppure innamorandoti di Jim Morrison, beh, allora alla balera ci vai per dire: “Mister Livingston, I suppose”. Qui le porte della percezione sono talmente lontane che lo spazio è infinito per quanto è vuoto. Qui il massimo della percezione è indovinare la taglia del reggiseno degli esemplari femmina, che vestono livree da corteggiamento improponibili. Qui il difetto diventa un pregio da ostentare: culoni enormi fasciati da leggins spietati, fianchi tozzi sottolineati da cinture alte e luccicanti. Qui la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo. Qui sembra di essere ai tropici: ragni, serpenti, coccodrilli, versi di tucani e cacatua. Qui si prendono sul serio, e la convinzione è peggio della pazzia.

Per questo è un non-luogo, Ou-topos. Utopia.
In una parola: la salute.
Magnifico: sto.

Ma sto da spettatrice stronza, e da spettatrice stronza mi frulla nella mente un refrain“È il 1963 quando Dian Fossey lascia il suo lavoro da educatrice alla volta del continente nero, con l’obiettivo di studiare una specie di primate di cui si sa poco o nulla: il gorilla”. Come Dian Fossey, ancora una volta nella vita, mi metto a distanza, in prospettiva antropologica, nel tentativo (anche) di individuare un Mr. Livingston in mezzo agli indigeni danzanti, per  bussargli sulla spalla, dire la famosa battuta e aspettarmi come risposta un “No” dettato dal terrore di dover tornare alla “civiltà”.

Tutti ballano, e io seduta a chiacchierare con una sconosciuta antropologa come me. E abbiamo entrambe i piedi calati in uno stampo di cemento.
Salsa, Joie de vivre, anima mundi, perché io no? perché i primitivi sì, e io no? perché resto sempre fuori? perfezionismo isterico? colpa del blues? di Bruce? culto della bellezza? diffidenza? Boh. Penso che ci son voluti due secoli per fare del buon blues bianco e ce ne vorranno altrettanti per mover la cadera.
Mi piacciono le cose vere, la mia ricerca è l’autentico.

Marta, però, è una forza della natura, un vulcano. Lei riuscirebbe a ballare perfino Lou Reed. Riuscirebbe a ballare Il Silenzio di Nini Rosso. Ballerebbe perfino un lago, l’aria, l’acqua ferma stagnante di una palude. La trasformerebbe in salsa. Quando si muove Marta, ricorda l’acqua minerale, ricorda Silvana Mangano in Mambo, ti fa venire voglia di essere sano, e felice. Questo significa autenticità.
L’ho salutata, è stata contenta, la mia promessa è stata onorata.
Quindi già comincio a pensare a come squagliarmela senza dare troppo nell’occhio.

Noto l’avvicinamento di un giovane uomo a una giovane donna e mi viene in mente “Quei due” di Paolo Conte. “Due note e il ritornello era già nella pelle di quei due… il corpo di lei mandava vampate africane, lui sembrava un coccodrillo…”. Maledetta letteratura, ti fa vivere di rimandi, e di rimando in rimando vivo la scena con quello che tecnicamente si chiama straniamento: gli occhi di un alieno appena atterrato su un altro pianeta.

Vaglielo a spiegare a questi, che è la prima volta che atterro in una discoteca. Che noi abbiamo sorriso di tutto il pop del mondo, finché non sono arrivati Eco e Kundera, che hanno buttato tutto in vacca. … In vacca? Avverto nella mia testa nuove note, da lontano… Op, op, op…. com’è misteriosa la leggerezza…

E se fossero giusti questi?
Se fosse giusta la leggerezza?
Se fosse questa, la salute?

Se fosse l’Augusta di Zeno?
Perché non salvarsi ballando?
Perché almeno non far finta di essere sani?

Oh, cara balera, tenera cultura popolare, dolce piazza, ballo di strada, Rueda de Casino, ti prego, tirami fuori i piedi dal cemento e facciamo uno scambio equo e solidale! Io ti do un po’ della mia anima, tu mi dai un po’ del tuo corpo!

Ma – ahimé – chi beve dal calice dell’ inchiostro è corrotto, e non torna indietro.
Certo non mi cambierei con la donna-gatto, ma potrei tirare fuori i piedi dal cemento… potrei fare un passaggio di liana… sconfiggere il fantasma sacrificale.

POTREI SGUINZAGLIARE UN GORILLA CONTRO IL CAMMELLO DI NIETZSCHE!

Bello. Ci farei. Anche solo per vedere chi vince.

Ma è quasi mezzanotte, e per me la serata finisce qui, quando inizia per i sani.
I sani non lavorano?
Da malata, io domani lavoro.
E poi, se il locale si riempie, mi vengono di sicuro le caldane.
Furtivamente riprendo la borsa e il cappotto.

Uscendo, tiro un respiro bello.

Aria fredda, nevischio, gente che arriva, coppie che si abbracciano, inizia la serata luccicante di brillantina, volgarmente oggi chiamata “gel”.

E io che vado controcorrente, come un salmone.

Vicino alla macchina, mi aspetta il fantasma di Jim.
Sigaretta, camicia aperta, gomito appoggiato al tettuccio.
Gli dico eddai, su, non rompere. Lo sai quanto mi farebbe bene al cervello ricordare tutti quei passi e quelle sequenze? Lo sai quanto sarebbe importante per il coordinamento? Si chiama “salute”.

Sorride triste.

Gli dico: “Trova pace, riposa una buona volta, provaci almeno”
Gli do un bacio sulle labbra, e pufff… sparisce.

Dicono che non sia morto.
Dicono che cavalca ancora tutte le tempeste.

Porca miseria, è vero.
Pure le mie, ancora.

Encore.
Un corps.

 

Riders on the storm…

DOING GONG

A Sara
A Michele
grazie

 

Se ti piacciono le esperienze forti, devi fare il Gong.

Da tempo me lo avevano consigliato per via dei dolori – e tutto il resto, ma da brava iperlogica razionalista avevo sempre accuratamente evitato.
Il gong? che roba è? Stregonerie? Siamo impazziti?
E in verità anche stavolta ce l’ho messa tutta per evitarlo, sbagliando per ben due volte sia il giorno che l’ora. Ma qualcosa alla fine ha voluto comunque che io partecipassi.

E l’ho fatto.

Che vi devo dire? Non c’è un modo per raccontare com’è il bagno di Gong, va fatto e basta. Non credevo minimamente agli effetti miracolosi del suono, e fino al momento prima di cominciare il trip mi ripetevo che non sarei riuscita a stare sotto quel rumore, a sintonizzarmi con quelle onde. Mi dicevo che qualcosa sarebbe andato storto, che mi sarei sentita ridicola e che non sarei neanche riuscita ad alzarmi ed andarmene durante il “bagno”, che avrei dovuto subire tutta quella frustrazione, ingoiandomela per tutto il tempo.

Ma il suono è venuto a prendermi.

E’ il suono che viene a prenderti, e ti porta via.
Dove ti porta? Indietro.
Indietro nel tempo: dal passato più recente a quello più lontano.
Cerco di raccontarvi.

All’inizio senti alzarsi un gran vento. Non so come si possa tirar fuori il vento dai gong, ma è così. Un vento sempre più forte, sempre più forte, e poi il suono cresce, cresce, e non sai più dove ti trovi, sai solo che stai in una dimensione sconosciuta, e che stai ripercorrendo un fiume, stai rivivendo tutti quegli eventi che in un modo o nell’altro ti hanno segnato, nel bene o nel male. Tutti, ad uno ad uno. E mentre sei lì, sotto quella pioggia di suono, piangi e ridi, e non sai come avvenga. Ti senti su un’astronave, fianco a fianco con dei viaggiatori sconosciuti, diretta verso un ignoto che più ignoto non si può, un altrove senza spazio e senza tempo, dentro al trauma più recente che il tuo corpo ricordi.
Per me, n
aturalmente, è stato il terremoto.

Ho visto crollare muri e case, e tutta la città. A quel punto è iniziata a uscire dell’acqua dagli occhi, tanta acqua, non lo chiamerei piangere, direi che somigliava di più a uno sciogliersi di sale. Euridice, Euridice fatta di sale si scioglieva sotto la pioggia di musica di Orfeo, Euridice era sale, statua di sale, Orfeo suona e lei si scioglie. Questo pensi. Senza pensarlo.
Ti vergogni, un poco, e ti trattieni, purtroppo, perché sei vigile, sei distesa a fianco di altre persone che non conosci, e che non ti conoscono. Poi senti qualche singulto, qualcuno che tira su col naso, altri che lanciano piccoli lamenti, come vagiti di bambini appena nati…

Allora togli il freno a mano, e vai indietro. Indietro, indietro, indietro…

Il suono ti investe, allarghi le braccia ti lasci investire, allunghi il collo, senti gli altri passeggeri che si muovono appena, nell’astronave che oltrepassa il tempo e lo spazio.

E’ stato a questo punto che ho iniziato a sentire un freddo, ma un freddo così forte, un freddo assurdo, anzi non era freddo, erano forti tremori che mi scuotevano il corpo, inarrestabili. Ho cercato di avvolgermi nella coperta che avevo a disposizione, ma non c’era verso di scaldarmi, perché non ero fredda, era quella frequenza, le braccia e i piedi e le gambe e persino la schiena tremavano, scossi da una forza potente, fatta di ghiaccio…

Cambiata frequenza di Gong, il freddo è passato, il tremore è scomparso, tutto è tornato tranquillo. Altri suoni, e ti lasci investire dall’onda, apri le braccia, l’abbracci e non sai cosa abbracci. Alzi il mento, dici al suono di prenderti. Tutto in assoluta lucidità.

Finito il bagno, Michele spiegava qualcosa, ma non ascoltavo.

Ero impegnata ad ascoltare me, incredula.
Sono entrata nell’astronave che mi sentivo uno straccio, e sono uscita piena di energia. E’ stato come (come dire?) aver risanato un solco profondo ed antico.

Se io leggessi questo racconto che ho appena scritto, se lo leggessi scritto da un altro, sorridei, parlerei di suggestione, di stregoneria. Direi “che sciocchezza”, come forse state dicendo anche voi. Perciò vi capisco.
Magari anche voi, come me, non piangete da almeno vent’anni.

Ma un po’ di quell’acqua che usciva dagli occhi m’è arrivata alle labbra.
E – credetemi – sapeva di sale.

 

LA CURA

Dedicato a Paola,
che mi ha chiesto
la parola che cura

 

Dicono che la parola che cura sia “perdono”.
Ma non è la mia.
Che razza di aiuto è, dire a qualcuno: “perdona”?
E’ come dire “ama” o “non amare”. E’ come dire “leggi”.
E’ come quando ti hanno detto “coraggio”.

Io non so dire di perdono.
Sto con gli antichi, che non lo conoscevano. La parola “perdono” sul vocabolario di Latino non esiste. Esistono concetti similari ma diversi, per esempio venia, parente della pietà e della compassione. Oppure excusatio, da “causa”: perdonare significherebbe smettere di ritenere qualcuno la causa di un male.
La causa di un male, comprendi?

Il perdono, in quanto “dono”, si può dare solo con amore.

Tu ti ami, non è vero, Paola? E allora l’unico perdono che puoi dare è a te stessa: perdonati, perché hai mostrato il fianco, quando addirittura non hai goduto della perversione della sottomissione.
Perdonati, liberati, sciogliti.
Prova a dire: per il male che mi hai fatto, io mi perdono.

Per tutto il resto, esiste il “condono”.
Condona, recedi dal contratto, non aggiungere una sola parola.
Per ogni tua sillaba, il vampiro si rigonfia, e anche se è già attaccato al collo di un’altra vittima, poveretta, un collo non gli basta, gliene servono due, tre, quattro. Un collo vale l’altro, purché abbia sangue.
Fa’ che uno di quei colli non sia più il tuo.

Perdona te stessa, e condona il tuo vampiro.
Il condono è il tuo paletto di legno.
C’è liberazione, nel condono.
Condona, riprendi il viaggio.
Chiudi tutto, blocca, filtra, abbassa ogni serranda, esci di casa.
Apri a quel cuore che hai dovuto chiudere in cantina. Quante volte già è rinato? Quante altre volte l’hai visto rifiorire?
Lascia agli altri l’amore liquido.
Cerca la roccia.
Succederà.
E’ la vita: correre il rischio.
Imparare.
Andare, aprire, ma non all’acqua.
Concedersi ancora, ma non all’acqua.
Arriverà.

Se non ti chiami Lee Holloway (quella di Secretary) o Justine (quella di De Sade) e non provi alcun gusto nella sofferenza, funzionerà.

Dai.
Levagli dalle mani il giocattolino.

Lascia il deserto in cui ti ha ridotta.

Sarà facile, non ci vorrà tanto.
Un gesto varrà più di mille parole.

 

 

 

 

 

LA FORZA SIA CON TE

Chi non ha mai insegnato non sa niente del primo giorno di scuola.

Non neghiamo che finora ogni insegnante ha pensato che è una bella rottura ricominciare con i campanelli.
Avete idea di che cosa sia lavorare al ritmo dei campanelli?
No, non ce l’avete.
Campanello all’inizio, campanello durante, scalpiccio, rumori, apri finestra chiudi finestra, porta si apre, porta si chiude, bussano, ribussano, bidelli, circolare, registro elettronico, secondo campanello, terzo campanello, o
rganizza un discorso che dura il giusto prima del suono del campanello e se ti fanno una domanda e suona il campanello organizza la risposta in un minuto e mezzo rubato al collega che aspetta fuori perché il campanello è già suonato, e così fino all’ultimo campanello, quello che non senti mai e ti accorgi che è suonato solo perché loro schizzano via dai banchi.

Però non si tratta solo dei campanelli, ma dei ritmi sempre più frenetici, delle invenzioni sempre più strambe, per te che sogni la scuola peripatetica di Socrate in cui si cerchi la risposta alla madre di tutte le domande.
E ogni anno perdi un po’ di terreno, ogni anno la scuola e i suoi abitanti ti sorpassano un po’ di più.
Le sinapsi si arrugginiscono e tu sei sempre più lontano: ogni anno sei più lento.
Loro invece sono sempre più svegli e sempre più veloci.
Tu invecchi, e loro hanno sempre la stessa età.
Cerchi di tenerti al passo, ma è una guerra persa, loro sono sempre più hi tech.
Tu sei rimasto a Dragon Ball e Herry Potter, loro sono proiettati verso influencer dei quali non sai nemmeno pronunciare il nome: Favij, ST3pNy…
Tu hai preparato con diligenza una bella lista di titoli di libri del catalogo Einaudi, e loro sognano Elisa Maino, della quale tu conosci a mala pena l’esistenza per via di quel suo #Ops arrivato già alla quarta edizione Rizzoli. E ti chiedi pure se forse non sia il caso di leggertelo.
Tu sei rimasto a X-files, e pensi di essere un gran figo perché hai imparato tutto di questa serie, ma loro sono proiettati nella incomprensibile dimensione di Breaking Bad.
Non ce la farai mai a raggiungerli, nemmeno col paradosso di Achille e la tartaruga.
Per di più, devi raggiungerli con Ulisse, Enea, Achille. E loro inseguono progetti crossmediali con la Warner Music.
Loro ti sognano affascinante come l’insegnante di Perceptions.
E tu somigli al massimo a Minerva McGranitt se sei femmina, e a Yoda se sei maschio.

E allora?

E allora non guardarli così, in branco. Ritagliali da quel puzzle, e tirali fuori dalla massa. Soffia via un po’ di trucco e parrucco, e allora riesci a vedere che hanno solo quindici anni, o poco di più, e tanta sete, e tanta fame. E che non sono poi così diversi da quelli che avevi dieci, venti anni fa, se sai ancora sederti per terra nonostante gli acciacchi alle ginocchia. Loro ti si siederanno lì vicino, per ascoltare le storie che sai raccontare. Dei piccoli, potrai sentire il cuore che batte di paura. 
Chi non ha mai insegnato non sa che il giorno prima del primo campanello senti sempre un friccico nel cuore.

SIT KARMA

Certi giorni sono giorni dharma.

Oggi, per esempio. Mi sono fermata all’edicola e ho incontrato una signora che mi ha sorriso e ha fatto una carezza al mio cane, cosa rara e preziosa. Eh, aspettate! Aspettate a dire che è la solita stronzata retorica, non è questo il punto, lasciatemi continuare a raccontare. Cosa rara e preziosa dicevo, ancora più rara e preziosa in questa città, dove tutti sono incazzati, anzi hanno l’incazzatura congenita, gliela vedi nella faccia, nei piedi, nel modo di camminare, nel tono della voce. Certo, per lo più se ne ha ben donde, in questo contesto, eppure io credo che bisognerebbe sforzarsi di sconfiggere questo stato di infelicità, coprendolo con le piccole cose che ci fanno contenti. Vedere qualcuno che ti sorride è una di quelle cose.
L’emozione subito mi si è tradotta nell’allargarsi di un sorriso vero e profondo

Il tutto dura pochi istanti. Poi lei prende il giornale e fa per lasciarmi il posto, ma ci ripensa e chiede un gratta e vinci. Mi chiede il permesso di grattare subito lì davanti, io dico prego si figuri faccia pure. Gratta… e vince! Cento euri. Ci mettiamo a ridere tutte e tre (pure Roberta, la ragazza dell’edicola). Alla signora gentile si scompigliano i capelli, è veramente emozionata, intanto io rido come una matta, sono contenta davvero. Questa bella sensazione me la porto dietro.

Poco dopo sono in macchina, oggi è il giorno del miele e faccio un breve viaggetto per il mio rifornimento invernale.

Per strada un tizio con un bel macchinone luccicante inizia a tampinarmi, spinge, spinge, freme, s’attacca al posteriori. Io quando mi tampinano non accelero mai, anzi rallento per farmi sorpassare, a volte addirittura metto la freccia e accosto, e mentre mi affiancano gli faccio un gesto di incoraggiamento con le mani per dire e passa, passa, vai, vai corri che tanto ci vediamo in fondo alla strada. E così è. Mi affianca, mi lancia uno sguardo dal finestrino, come a dire levati dalle balle.
Non ricambio minimamente. Vai, vai: pur col tuo macchinone, sei e resti un cafone.

Scendo giù giù per la china, la strada finisce a uno Stop.
E lui è lì. Allo Stop ci si deve comunque fermare.
Sorrido.
Ehi, aspettate, pure stavolta non è mica finita.

Avrei voluto attaccarmi al suo posteriori per farmi riconoscere – lo vedi? sono quella di poco fa, alla fine siamo arrivati insieme, lo vedi? corricorri, e poi ti devi fermare allo Stop. Ma una Golf blu confluisce sulla strada, si infila tra lui e me, arriva sullo Stop. Il guidatore già arriva lungo, per di più evidentemente si distrae e… CRASCHHHHH……
ENTRA. Entra letteralmente nel posteriore del macchinone. Il cafone di cui sopra scende con le mani nei capelli. Dalla bocca, qualche suono disarticolato: …la … mia…. macchina
Metto la freccia… svicolo lentamente… lo affianco… gli guardo il posteriori completamente distrutto… passo lo Stop e me ne vado.

Una risata incontenibile mi sale dalla pancia alla bocca… rido… rido… rido!

E penso che sì, oggi è stata una bella giornata, un buon giorno per vivere.
Ogni volta che mangerò il miele, me ne ricorderò.

Sarà un miele dolcissimo, quest’inverno.

TWIN

Twin è un pointer bianco e nero.

L’ hanno abbandonato nei pressi del canile e lui è rimasto in zona, con il modo di fare tipico dei cani da caccia: girano, girano, girano instancabili. Twin gira nel parco guardando per aria, in alto, sulle fronde degli alberi, in attesa di un frullo d’ali da inseguire. In quello sguardo c’è un mondo intero, una storia che nessuno sa, ma che mi sono fermata ad ascoltare, in rispettoso silenzio, tante volte.

Stamattina però Twin aveva un padrone, un giovane uomo con un altro pointer bianco e nero, molto simile a lui. “Per questo l’ho chiamato Twin, gemello!” mi dice. Gemello del suo vecchio cane.
“Il mio cane ha tredici anni, questo ne avrà quattro, al massimo cinque”. E mentre dice questo a me sembra che dica: “adesso ne avrò uno uguale, e quando il mio amico mi lascerà avrò il suo gemello. Me l’hanno mandato uguale, e io l’ho preso, me lo sono portato subito a casa”.

L’uomo ha l’accento dell’Est, e gioca sul prato tirando un bastone ora all’uno o all’altro dei suoi due cani gemelli diversi. Il pointer vecchio resta seduto, il giovane corre e corre, e ogni tanto si allontana, e scompare, poi torna quando l’uomo fischia, come fosse il suo cane da sempre. A quel fischio, Twin arriva scomposto, con la lingua che balla a destra e a sinistra.
A un certo punto gli dice “seduto”, gli prende la testa tra le mani, gli apre la bocca. Poi alza la testa verso di me, e mi dice “guarda”. Sotto i lembi delle labbra vedo i canini, da un lato e dall’altro, segati. La bestiola ha i canini senza punta, spezzati, glieli hanno spuntati. L’ultimo tentativo di renderlo buono alla caccia.
Resto senza parole. L’uomo mi guarda e non parla, fa le spallucce, e poi una smorfia. E Twin resta lì, la lingua sempre fuori, gli occhi sempre persi sulle cime degli alberi, attenti a ogni muoversi di fronda, pronti a dare il comando di correre a prendere.

Non era buono a cacciare, Twin, azzannava le prede. Ma segargli i denti… Si fanno cose orribili. Ma c’è poco da scandalizzarsi, si segano i denti anche alla gente, quando “non è buona” allo scopo.

Per un sacco di gente, un cane vale l’altro.
E per ogni cane, c’è un gemello coi denti segati.

Ma ogni tanto c’è pure qualcuno che sceglierebbe sempre lo stesso cane, fedele più di quanto non lo fu il cane stesso, al punto da portarsi a casa il gemello.

Me ne vado.
L’uomo dell’Est resta lì con le sue bestiole uguali e diverse, continuando a giocare sul prato come se il tempo non esistesse, come se non ci fosse niente di più importante da fare.
Malinconiche e felici, le sue mani vigorose raccontano al mondo di aver messo riparo, per una volta, a una grande, grandissima ingiustizia.

 

NOMINA SUNT CONSEQUENTIA GENERUM

E’ che gli uomini devi farli contenti.
Che ti siano compagni, padri, amici, parenti di ogni sorta… gli uomini devi farli contenti e basta.

LUI conosce sempre tutto, capisce sempre tutto, sa tutto di tutte le cose, in tutti i campi. LUI, se non sa, improvvisa. E’ tuttologo.

E’ raro trovare un uomo che riconosca a una donna qualche merito in qualche campo. Devi essere una campionessa olimpica, o un premio Nobel, allora sì, beh… Anche se poi vai a sapere se nel privato non sia lo stesso. Voglio dire, vai a sapere se, per esempio, Federica Pellegrini non debba tacere davanti a un compagno che ha paura dell’acqua, eppure pontifica anche sul nuoto…

Incontro Laura dopo tanto tempo.
Passeggia insieme a suo marito, sottobraccio, bella coppia da sempre, una di quelle coppie che tu dici “funziona”. Ci fermiamo a chiacchierare vicino a un albero con i rami lunghi e cadenti, che oscillano a ogni ventata. A un certo punto lei, per nulla infastidita dalle fronde, dice ma guarda che bello questo ciliegio!

Il marito subito puntualizza: non è un ciliegio, cara! non vedi che è un giovane albero di noce? In realtà non ricordo esattamente che cosa proponesse come alternativa al ciliegio, ma non è importante. E’ importante il modo in cui la contraddice, con assoluta fermezza.

Laura insegna scienze, è una persona molto preparata, e se dice che quello è un ciliegio, è un ciliegio. Ma il marito insiste: noddavvero, quello non è affatto ciò che Laura dice che sia.

Imbarazzo di Laura?

Nessuno. Mi guarda, fa spallucce e accenna sul viso un’espressione che non dimenticherò mai. Un’espressione che … come faccio a descriverla? un’espressione furbetta, come se facesse l’occhiolino senza farlo… una leggera smorfia della bocca… una strizzatina di palpebre… insomma come a dire: vabbè dai, Luì, facciamolo contento, che ci costa?
Caspita. Bel gesto.
Sono quasi tentata di dargli per nome “Amore”.

Ma è proprio sui nomi delle cose che non ci capiamo, uomini e donne. Sembriamo razze diverse, sembriamo addirittura abitare pianeti diversi, pur calpestando la stessa terra. Dai nomi che i maschi danno alle cose si capisce che il loro mondo è diverso da quello delle femmine. Amore? Sarà amore per LUI.

Tu invece su una questione come quella del ciliegio ti ci impunti. A te sembra un gesto di ipocrisia acconsentire a tutto quello che dice, acconsentire come hai visto fare dalle madri e dalle nonne. Una mancanza di rispetto.
E’ un atteggiamento culturale, non di carattere.

Eppure ti trovi in un mondo in cui tutti hanno finito per dire che discutere per un albero è stupido. Bisogna cedere sulle cose poco importanti, per non mollare poi sulle cose serie. Lasciare le prime, e prendersi furbescamente le seconde.
E, soprattutto, non confonderle.

Perciò, se sai stare al mondo, quando il tuo compagno-marito-parente o quel che sia dirà una stronzata, tu sorridigli, sbattendo le ciglia, senza alcun imbarazzo. Esattamente come fai quando il tuo cane fa la cacca per la strada: la raccogli col sacchetto, la chiudi per benino, sorridi soddisfatta per la funzione fisiologica espletata.
Poi, butti orgogliosamente nel cestino il sacchetto con la cacca.

Davanti a una stronzata, gli devi dire che ha ragione. E lo devi guardare con gli occhi pieni di tenerezza. E’ questo che lui chiama Amore.

Allora sì, che le cose funzionano.

IL GRANDE SAM

terremoto l’aquila ricostruzione

Al “doc” Samuele Di Giovanni, “IL” dottore.
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Quando c’erano macerie, io vedevo i palazzi.
Ora ci sono i palazzi, e vedo le macerie.

Ovunque io vada, l’occhio si ferma negli angoli dove s’annicchiano mucchietti di fiori marci, davanti a gigantografie con facce di ragazzi, davanti a una bandiera greca ormai sfilacciata da dieci anni di piogge e di vento.

Però stamattina c’era il sole, un sole buono, e me ne stavo per tornare a casa tutta contenta. Poi Teo mi tira da una parte, su un prato dove pascolano due cagnetti al guinzaglio.

L’uomo che li porta lo conosco, è Samuele. Ma non so se lui conosce me, perché Sam è un professionista molto noto in città, e quelli molto noti non sempre ti si ricordano.
Invece no, Sam è un grande, mi si ricorda: come tutti i grandi non se la tira, sembra uno qualunque, normale direi, normale nel parlare e nel vestire. E così ci sediamo su una panchina della Villa Comunale, e scambiamo due chiacchiere, e come sempre si finisce a parlare del terremoto.
Non resisto, e glielo chiedo: dov’eri quella notte? se eri qui quella notte, raccontami, dai

E lui racconta.
Non c’ero, sono corso qui da loro nel giro di cinque minuti. Proprio qui, in questo punto, ho incontrato mia figlia senza scarpe col pigiama strappato, ha detto solo “mamma è morta”. L’ho lasciata su questa stessa panchina dove stiamo seduti, è incredibile, proprio su questa panchina… Corro lì, vedo il palazzo imploso, mi metto le mani ai capelli, di 22 persone che abitavano lì mi dissero che ne mancavano 14. La polvere non si posa, brancolo un po’ sul cumulo di macerie, non so che fare, provo a scavare, e a un certo punto da lì sotto sento prima un guaito, poi un abbaio, l’abbaio di un cane, il mio cane che chiama, è vivo! e se il cane è vivo… c’è nessuno lì sotto? Chiamo i soccorsi… no… Impossibile contattare chiunque, chiamo aiuto, grido aiuto, vedo arrivare due ragazzi, uno di questi è un gigante, è enorme, gli dico “lì sotto, lì sotto”, lui comincia a scavare a mani nude, le mani due pale, una bestia, non si è mai riposato e mannaggia non so neanche come si chiama, so solo che era di Teramo, perché glielo chiesi, un volontario, emmannaggia, ci penso sempre, che non l’ho potuto mai ringraziare… è scomparso subito… è andato a scavare da un’altra parte con le sue enormi pale…

Qui Sam tradisce un piccolo singulto nella voce, una strozzatura, ma si riprende subito, dice è scomparso, scomparso subito dopo che ha tirato fuori mia moglie e i due cani, s’era creato un piccolo varco che li aveva protetti, lei s’è rotta il bacino ma l’ha tirata fuori, l’ha tirata fuori, anche i cani, e poi è scomparso…. scomparso. Guarda!

Mi dice guarda! e mi indica il braccio libero dal guinzaglio: i peli sul braccio sono tutti dritti, a fatica riesco a guardare perché… cavolo, dev’essermi andato qualcosa negli occhi.

Guardiamo il suo braccio, poi ci guardiamo in faccia, increduli nel vedere quell’orripilazione da sola memoria, e poi cominciamo a ridere, a ridere, e guarda il braccio, e guarda la faccia che ride, la faccia che ride e il braccio… e continuiamo a ridere, finché lui non lo abbassa lentamente. quel braccio.

“Siamo diventati come quei vecchi che parlavano sempre della guerra… ” dico io, ridendo e stropicciandomi gli occhi. Si mette a ridere ancora di più, annuendo, il grande Sam, e ridiamo, ridiamo ancora…

In mezzo al cinguettio di tutta quella gente che vuole dimenticare, noi ridiamo e pensiamo silenziosi che dimenticare non solo non è possibile, in fondo non è neanche giusto. E ogni giorno voglio incontrare un grande Sam, che mi racconta la sua storia.

Son quasi dieci anni.
Quando c’erano macerie, io vedevo i palazzi.
Ora ci sono i palazzi, e vedo le macerie.

C’è un andare nel mio restare…  c’è un restare nel mio andare…