SOLIDARIETA’, LUMINI E CARRIOLE

S’è perso il concetto reale della solidarietà.
Una volta si diceva “Forza!… Sei tutti noi”.
Oggi si dice “Noi siamo tutti te”. Anzi, “Io sono te”.
Io sono Charlie, io sono Vittorio Arrigoni, io sono Fabrizio Quattrocchi. “Io sono”.
In questo lago dilatato in cui si affoga è sempre l’Io che conta, e che galleggia.

Non ci vuole un grande semiologo per capire che quello status significa “io sono solidale”, e non io sono “come” queste persone. Solo queste persone sono chi sono. E nessuno può stare al loro posto. Tutti, però, possono dimostrare solidarietà verso qualcosa che queste persone hanno deciso di fare, sulla propria pelle. La loro pelle, non la nostra. Ma l’Io tronfio e narcisista si mette in mezzo a tutto questo, toglie alle parole il loro senso vero.
Chi non capisce che lo status “Io sono”  significa “io sono solidale”, ha dei problemi di codice, parla una lingua diversa.
A loro, cerco di dire.

Ho condiviso immediatamente dopo la strage lo status “Je suis Charlie”. Non ho avuto dubbi, nel farlo, neanche uno, cosa che mi succede assai raramente. Non me ne fregava niente della satira, della libertà di espressione, non me ne è fregato niente di sapere dove e come e perché il bersaglio era quello: era un bersaglio colpito. Punto.
Non sono una cultrice della satira, non mi schiero facilmente nelle dispute, non sono una “for causes”. Non mi appartiene. E’ una questione di formazione, più che di carattere, di studi, di letture, di formazione. Non mi piacciono gli “-ismi” per definizione. Non simpatizzo con i movimenti violenti o aggressivi o che violano le leggi.

Ma ora mi chiedo: è forse lecito a qualcuno definire questa scelta in modo improprio? Chiamarla con altri nomi, per esempio “moderatismo”? O “centrismo”? O (spingo) “mancanza di coraggio”? Perché il coraggio è camminare carponi col coltello in bocca? Perché il coraggio è menare le mani e individuare una controparte da lapidare a prescindere? Perché il coraggio è chiudersi a ogni valutazione delle possibili varianti? Mettere bombe? Farsi saltare in aria? Questo? Il coraggio è (come dice Ascanio Celestini) “andarsela a cercare”? Sicuro, magari andarsela a cercare è una forma di coraggio, ma lo è proprio perché si è consapevoli che se poi qualcosa va storto, e quello che si cercava lo si trova, se ne dovranno subire le conseguenze. Non c’è coraggio, dentro una botte di ferro. Non c’è coraggio dentro l’incoscienza, se non sei disposto a pagare. Nessuno ha l’esclusiva sul coraggio. A volte coraggio è la capacità – fatti salvi alcuni principi cardinali – di capire ragioni. Di mettere in discussione certezze. Di rivendicare il diritto ad essere un po’ più complessi. Complessi, che non vuol dire confusi. Complessi, che non vuol dire deboli, che non vuol dire socialmente marginali.
Oggi gli intellettuali si nascondono dietro mille stratagemmi. Per esempio, i loro followers.
“Amici, mi menano in prigiuone perché ho gridato pane e giustizia!”. Renzo Tramaglino, fu il primo a nascondersi dietro la “nuvolaglia”. E Manzoni fu tacciato da certa critica idiota come reazionario e codino, invece aveva già capito tutto.

Il diritto di solidarietà è un principio cardine della società civile. Quando si mette l’immagine di un lumino nella foto del profilo il 6 aprile, vuol dire forse “io sono terremotato”? No: è il diritto di dire “sono vicino ai terremotati”. Lo si nega, questo diritto, a chi sta lontano? Lo si nega, a chi non è venuto ai campi? A chi non ha partecipato ai cortei? A chi non ha mandato l’sms? A chi non ha “fatto i fatti”? Gli si dà del pavido? Del parolaio? Del qualunquista? E quali sono i requisiti per poter essere solidali? Chi li stabilisce? In nome di chi? Ah, già, le parole… Svilite a chiacchiere, nel nome dell’etica “del fare”. Ma il “come fare” non è un valore assoluto. E allora, chi stabilisce quando è un “fare interessi”? O quando è un fare per apparire? O quando è un fare casino? Quale “fare” ha più valore degli altri modi di fare? Quanto di questo “fare” taglia fuori proprio quelle sacche di popolo in nome del quale si dice di fare, ignorandole, tacciandole di indifferenza, di moderatismo?
Chi dice di detenere il primato del fare rivendicandosi un’esclusiva, nasconde la sua smania di protagonismo.

La politica, per esempio, è solo uno dei modi del lavoro intellettuale. Ammiro e stimo chi la pratica onestamente, chi si “sporca le mani” mettendole in pasta, ma questo è un solo modo di essere, e non appartiene a tutti. Non a me, per esempio.
In ogni disputa assistiamo all’ignobile gioco del “chi c’era e chi non c’era”. E’ una persecuzione. “Tu non c’eri”. Ma dov’è che dovevo essere? A Parigi? Esserci vuol dire per forza avere un cartello in mano? o un sasso? o una spranga? O cesoie per tagliare le reti? Eh no, state sicuri che io lì non c’ero. E non ci sono, e non ci sarò mai.

Pensate, io non c’ero neppure con le carriole. Non ho mai apprezzato che violassero la legge. Eppure, con le carriole ci sono sempre stata nei momenti in cui loro stesse mi mettevano in condizione di farlo, e credo di aver dato loro il mio contributo, con la penna, con i miei racconti, con alcuni testi che sono usciti fuori dalle mura, o con la mia presenza sollecita. Con la mia felicità quando è arrivata l’assoluzione. Accidenti se c’ero. E c’ero per scelta, non perché mi ci sono ritrovata, o per moda, o per sentirmi viva. E non c’ero mai, con chi ne diceva tutto il male possibile. E non c’ero neanche con quelli che mi dicevano di non pagare le bollette, e che da quel momento in poi mi hanno tolto il saluto, considerandomi una smidollata. Non lo voglio, il vostro midollo. E’ un midollo che non mi piace. Delicata è l’arte di esprimere la volontà di leggi migliori. Non sto con gli ippopotami. E le bollette le ho pagate, le pago, le pagherò.

“Eh, con la delicatezza non si arriva a niente!”.
Forse. Ma è la mia scelta. Ti lascio la tua. Un certo Valitutti diceva: “In quanto sono quello che sono, non rappresento nessuno”. Ma ho tutto il diritto di dire “Io sono”.

La solidarietà è un valore. La si sente, quando è offerta. La si sente attraverso un monitor, attraverso un sms, quando viene espressa, e fa uscire da una zona morta di isolamento. Lo status “Io sono” è una testimonianza di solidarietà. Nessun bavaglio in nome dell’etica “del fare”, solo perché si fa in modo diverso. Molti sono i modi della partecipazione. Cicerone, nel De Senectute, porta l’esempio della conduzione di una nave: chi sta alla sentina, chi alle vele, chi sul ponte, chi al timone. C’è posto per tutti, su una nave. Se mi chiedete di sgomitare per stare ai remi, o al timone, non fa per me. Ma forse per questo dovrei stare imbavagliata nella stiva? Ho un mio posto, che non è quello di chi critica sempre e comunque. Ora ditelo pure a Cicerone, che è retorico. Non è il tipo che se la prende, lui. Perché è defunto da un bel po’. Ma non mancate di dirlo a me, giusto? La retorica, io.

“Io sarò” quello che mi pare, sempre. Rivendico il mio diritto a costruire un clima sociale, per quanto risiede nella mia limitata sfera di “persona” e “cittadina”, in cui si valorizzino e si apprezzino le teste pensanti, senza bluff, senza trucchi come il discredito e il fraintendimento da parte di chi rivendica un’esclusiva che non esiste. Valore trasversale, la solidarietà. “Solidus”, compatto. Ogni faccia di un solido tiene l’altra, fa in modo che tutto si tenga, che tutto sia forte. L’esclusiva su una faccia sola non rende forti, apre crepe in quel solido, e voragini, e rancori. E se l’appoggio viene da una parte diversa, magari nemica, è appoggio che rende solido e coeso quel corpo fatto di facce diverse.

Nessuna religione, se non quella della cultura, permette che ciascuno si realizzi in forme che valorizzino la generosità delle altre. La generosità, non l’arroganza.

 

abbiate_sempre_il_coraggio_di_dire

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