LA VERITA’ SU FORREST

Li ho visti, e continuo a vederli:
quelli semplici, senza talento, ma con tantissimo impegno,
e quelli complicati, col talento, ma senza impegno.

Dicono che il talento non esiste.
Dicono che esiste solo la disciplina, lo studio, l’impegno.
Lo dicono perché guardano al successo, anche di un solo giorno in uno show che ti rovina per il resto della vita.

Ma il talento non ha niente a che vedere col successo, anzi, direi che raramente chi ha talento ha successo. La storia è piena di talenti falliti, morti, inespressi.

Ho una specie di radar, io, per le persone di talento, una roba incorporata tipo bacchetta rabdomante, e so sentirlo, il talento. Saperlo riconoscere è un dono, tanto quanto avercelo: e io so riconoscerlo.

Il talento è quella cosa che ti fa sembrare facile e naturale quello che fai. E’ una specie di fuoco, un’energia interiore, un’abilità fuori dalle regole, è il punto di contatto tra l’idea e la materia. Il talento è quando tu hai in testa una cosa e la vedi. A volte è anche “farla”, quella cosa, con una penna, un pennello, un martello, una diagnosi, un taglio chirurgico, una chitarra. Ma il talento che dico io può anche essere un’energia che hai dentro e che non riesce a uscire. E resta inespressa, ce l’hai solo negli occhi e nelle vene, può vederla solo chi ha gli occhi giusti.

Chi è più furbo (o fortunato) completa un talento attraverso lo studio, ha successo e diventa un artista nel suo campo, un guru. Un mix di natura e cultura.

Ma se non lo fai… il talento è come la bellezza: se non sei attento diventa un limite, e ti impigrisce. Ti trovi in un Eden dove allunghi una mano e prendi la frutta che ti è stata regalata senza fare lo sforzo necessario a metterti da parte una provvista per l’inverno. Vivi. Bruci. Te ne freghi del resto. Senti il tuo fuoco, sai di avercelo e ti basta: non sviluppi altre doti, vuoi solo la poesia e non ti impegni nella prosa. Non capisci che quel banale e stupido esercizio è l’esercizio di pazienza essenziale alla formulazione di un obiettivo. Ti senti gli occhi addosso di tutti quelli che il talento non ce l’hanno, ma che sono tanto più metodici di te: ti sorvegliano, ti scrutano, cercano di imitarti. Tu senti tutto questo, e non li consideri.

Sai, saranno gli stessi che ti aspetteranno al traguardo, mentre tu ti sarai fermato a raccogliere margherite per la strada, a chiacchierare e bere birra o tisane. Forrest invece sa che ha solo la sua tigna da mulo, per riuscire. Sa che “Stupido è chi lo stupido fa”. E’ l’apologia del cretino, che sarà pure un cretino, ma alla fine vince sul tuo talento bruciato.

Eh già, ma – lasciatevelo dire – quello col talento sprecato, quel tizio lì, quello che “era”, quello che “poteva” e che poi non ci ha fatto niente, quello che viene additato come “fallito”, ha un fascino inspiegabile, agli occhi dell’anima. Riuscite a vederlo? Riuscite a vedere quella luce che ha dentro? Io sì. Che spettacolo straordinario. Quante volte l’ho visto, quante volte mi sono commossa davanti alla vita sfasata di un talento buttato. Ho partecipato di quella rinuncia con uno stupore così intimo e così perfetto da farlo mio, quel suo talento bruciato.
Per me, quello è lo spettacolo più incomprensibile della vita.

Bella roba, direte voi.
Eh sì. Bella, bellissima, straordinaria roba. Niente retorica della corsa, come Forrest. Niente mito dell’arrivo a tutti i costi. L’auto-spegnimento del talentoso è uno sputo per aria, uno sputo al successo: il talentoso si rovina perché è viziato da un motore che gira troppo alto. Sente il tempo della vita come una spada, lo sente scorrere, sa che non ne ha quanto ne vorrebbe, e così lo brucia, brucia tutto, insieme al suo talento. Magari arriva a un passo dal traguardo e si ferma, perché non gli interessa di arrivare: lui è lì, è evidente che ha vinto, è arrivato senza sforzo, allora a che serve tagliare il nastro? E non lo fa.
Allora prova altro, gira confuso a caccia di cose che non sa fare, assaggia tutto, curioso di tutto quello che è intentato, diventa inconcludente, vuole testare altri terreni, invece di insistere su quello in cui riesce bene. Non deve dimostrare niente (è talmente evidente!) e così spinge, spinge sull’acceleratore che ha dentro, sfida sé stesso e la vita, fino all’ultimo respiro, lassù, sulla vetta…

In un cult-movie si diceva che il segreto del successo è “uno”: fare una cosa sola, dargli dentro finché non si sfonda. Beh, il talentoso schifa la sua fortuna, e si mette a competere in cose che non gli appartengono. “Fa” lo stupido: rientra nel pacchetto in dotazione alla nascita.

Insomma il talento che dico io è quando alla fine li vedi tutti che ti sorpassano. Tutti quelli che investivano con prudenza sul loro futuro e mettevano l’arte da parte, e tu no, tu no, tu non investivi nulla perché avevi già tutto. E così ti sei buttato via. E ora indossi una tuta da meccanico e passi la vita sotto il fondo di un’auto a raccogliere in faccia macchie di grasso, mentre quelli che non sapevano fare niente ma si applicavano ogni giorno, dai e dai, un po’ alla volta, hanno messo su un bel quartierino coi gerani alle finestre e il registratore di cassa alla porta.

Ecco, il talento che dico io, è quando hai tutto, e lo butti via.

Bel talento, direte voi. Quello bravo, con la sua piccola e insignificante utilitaria da quattro soldi, ti sorpasserà strombazzando e guardando dal finestrino a manovella la tua Ferrari elettronica in panne sul ciglio della strada. L’hai bruciata. Così, accelerando.
Solo per il gusto di sentire WWWROOOOOMMMM…

Perciò oggi, quando incontrerete lo spazzino, o un disperato, o uno scaricatore di cassette, o un barbone, provate a fermarvi. Guardate con occhi puliti: solo la Poesia riesce a sentire che cosa significa avere tutto ai propri piedi, e riuscire a non volerlo.
Perciò siate contenti, se non avete potuto bruciare il talento che non avevate.

Ma per capirlo bisogna avere del talento.
Magari bruciato.

 

gary-sinise
 

6 Commenti

  1. “Socchiusi gli occhi, sto
    supino nel trifoglio,
    e vedo un quadrifoglio
    che non raccoglierò.”
    Guido Gozzano

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