LE NOSTRE DONNE

Questo testo è stato sicuramente il più “fortunato” tra quelli da me scritti nella fase dell’emergenza. Risale all’ 8 marzo 2010 e fu scritto in sette ore, la durata del viaggio del pulman che mi riportava a casa da Milano. Il testo fu letto ovunque, fu citato sul “Manifesto”, fu usato durante convegni, raduni, comizi di politici, per lo più senza citare l’autrice. Ne sono stata fiera: perché quando di un testo se ne impadronisce “la gente” al punto da non sapere più chi lo abbia scritto, né come e perché, vuol dire che quel testo era vero, era della gente.

I primi tempi lo chiamavano “il terremoto delle donne”. Una frase che si sentiva un po’ dovunque, appena sussurrata, da parte di giornalisti, commentatori, fotografi, gente di passaggio.
Lo schianto distrusse gli uomini, che rimasero allibiti, quasi paralizzati, attoniti davanti a tanta devastazione. O scapparono.
Sono state soprattutto le donne ad evacuare l’ospedale (infermiere, portantine,  dottoresse), chi era lì le ha viste disporre, dare ordini, organizzare, spostare, raccogliere, sostenere. Sono state soprattutto le donne a recuperare i faldoni dagli uffici, la merce dai negozi. Le donne, a tenere unite le famiglie, a dirigere, a sistemare i figli nel modo meno precario possibile. Donne, a far riaprire i primi punti in piazza, donne a fare politica, donne a restare al proprio posto, qualunque fosse, a dare il meglio di sé. Le abbiamo viste nei centri di raccolta, nelle tendopoli, nelle stanze d’albergo, nelle camerette della Finanza darsi da fare, organizzare lo spicciolo, improvvisare angolini in cui ritagliare un po’ di intimità: girare un catino per realizzare un tavolo, appendere uno specchio a una gruccia per rimediare una toletta, mettere un fiore in un bicchiere, stendere un foulard colorato alla finestra.
Su di loro, gli occhi di uomini schiantati, barba lunga, increduli davanti a tanti piccoli gesti inutili. E intanto le donne correvano avanti e indietro a racimolare oggetti, in preda ad una strana febbre.
In tante si sono messe a scrivere, a raccontare, a parlare, a dare voce alle emozioni collettive. Ridicole? Davano un nome alle cose che succedevano, mentre tanta, troppa gente continuava a ridere dentro al letto, anche senza intercettazioni telefoniche.
Le donne diedero forza alla braccia, spazio alla memoria. Istinto di protezione della prole? Forse. Non siamo forse noi donne ad aver passato almeno cinque anni della nostra vita distese sul tappeto di casa con i nostri figli, per insegnare loro il gioco della torre di cubi? Un cubo sopra l’altro, un cubo sopra l’altro. Uno per volta, con pazienza. Poi la torre cade, il bimbo ti guarda spaurito, tu lo consoli: “Non fa niente, la rifacciamo”. Non fa niente, la rifacciamo. NON FA NIENTE, LA RIFACCIAMO. La casa.
Gli uomini possiedono la nuda proprietà, le donne hanno anche il resto: dallo zerbino alle tendine colorate, dalle presine, in tinta con lo strofinaccio, al servizio di tazzine regalato al matrimonio, dalle fotografie al cigno di vetro soffiato, così brutto ma a cui siamo tanto affezionate. E quante volte siamo entrate di nascosto nelle case rotte, a recuperare qualche brandello di memoria da innalzare come un trofeo che in qualche modo distinguesse la nostra dalle mille altre casette, tutte con gli stessi arredi, gli stessi colori, le stesse pentole e le stesse coperte.
Ma le più grandi sono state le donne-nonne come mia madre. Quelle che hanno fatto la guerra, quelle che hanno rivissuto i bombardamenti. Meritavano una vecchiaia serena, circondate da figli e nipoti. Si trovano in spazi risicati, quasi tutte lontane dalla loro terra, da una città che hanno reso grande nel corso di tutta la loro vita, con il loro lavoro. Ovunque si trovino, questa fu la prima cosa che dissero il 6 aprile, questa sarà l’ultima che diranno: “non fa niente. LA RIFACCIAMO”.


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