PALLIATIVI E PALLIATIVI

Lei era una di quelle scomode.

Parliamo di quindici anni fa, quando gli studenti “scomodi” erano quelli che ti mettevano in difficoltà perché studiavano, erano colti, ne sapevano una più del diavolo, e il diavolo eri tu.

E lei era così: cazzuta.

Cazzuta al punto che i suoi docenti non sempre la sopportavano, perché parlava troppo, e diceva cose giuste, e se qualcuno le diceva sbagliate, lei era lì a gridarglielo in faccia. Ricordo che pensai sorridendo “farà un lavoro tosto, e importante, un lavoro di quelli che in pochi sanno fare”.

E così l’ho riconosciuta subito, come se quel giorno io l’avessi vista oggi.

L’ ho riconosciuta pure se non potevo vedere i ricci, raccolti nella cuffia chirurgica verde, né il naso, né la bocca, coperti dalla mascherina. Gli occhi, però, erano uguali, proprio come quando lo Scrittore dice “due cavalli bizzarri”, due purosangue che non stanno mai fermi.

Anche lei mi riconosce subito.
Mi chiama “prof”, io mi alzo dalla poltrona della sala da aspetto, e le vado incontro, mentre i due cavalli mi fissano inquieti e interrogativi.

“E’ questo che hai scelto di fare?”
“Sì, ho viaggiato un bel po’ ma alla fine eccomi qui, una bella struttura, aperta solo quattro anni fa, guarda, è bellissima. Qui posso accudirli bene”
“Fino alla fine” dico io, sorridendo amara.
“Fino alla fine senza che soffrano” aggiunge lei.

“Eh, il dolore, Laura, che grande civiltà riuscire a tenerlo lontano il più possibile, che grande conquista ottenere che si percorra tutta la strada, fino in fondo, senza impazzire di sofferenza”
“Si crea un legame” sussurra, guardando altrove.
“Non voglio saperlo”.

Sento tutto, dietro questa calma apparente,  in questo posto bellissimo, all’avanguardia, non sembra neanche di stare dove stiamo, sono mio malgrado capace di avvertire e non vorrei.

“Praticamente vivo qui dentro”
“Ci credo”
“E’ il lavoro più bello del mondo”
“Perché sei una cazzuta guerriera”
“Mah… “.

Ci sono tanti tipi di dolore.
I dolori dell’anima puoi provare a lenirli in qualche modo, e se non ci riesci la scienza ti aiuta anestetizzandoti, cosicché passi il tempo, e tu elabori, finché pian piano torni a cavartela da solo. E poi ci sono i dolori del corpo, quelli che tante volte nessuno ti crede che ce li hai. E che qualche dottore bastardo dice che te li devi tenere. Perché? Perché non c’è un dolorometro che li possa misurare. O semplicemente perché ci sono i medici- sadici, convinti che l’uomo “ha dda soffrì”, convinti che il paziente deve essere paziente e basta.

Ma ci sono anche altri medici, convinti che la vita vada vissuta davvero, fino all’ultimo istante. E che sia un gesto di civiltà garantire una dignità a questo dolore. Una dignità che non va negata nemmeno agli animali.

All’improvviso mi viene da ridere: penso alla mia amica Giovanna, che per sostenere sua madre sofferente s’è dovuta arrabbattare a procurarsi qualcosa di molto speciale, visto che il suo medico si rifiutava di darle analgesici. Se conosceste Giovanna, così pavida, così elegante e timida, capireste quanto debba essere stato difficile trovare quel “qualcosa”. E assumersi la responsabilità di somministrarlo. E poi tornare a prenderlo, e andare avanti così fino alla fine, fino alla fine, aiutandosi anche lei, con quel qualcosa, perché dai, che male c’è? dove altro la puoi prendere, la forza?

E rido, Perché ancora adesso Giovanna, dopo l’ultimo viaggio, sta davvero bene.
Prima era sempre triste, ora invece la vedi serena.
A volte la senti perfino canticchiare.
Quando cammina, non sembra più che abbia ingoiato un ombrello.
Ha il passo morbido, leggero leggero!

 

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