VOLVER

E insomma non ci racconti nulla della casa vecchia nuova?
Una memoria la voglio tenere,
una sola, per il momento.
Del mio tornare appena successo
anche se ormai
due anni fa.

Volver: tornare. Detto come Almodovar fa più figo.
E invece è ancora tutto rovinato, qui intorno. Ancora mazzi di fiori, ghirlande, fotografie, lumini accesi. Giro questo quartiere ancora disastrato, rivedendo scene di me bambina che crebbi in questo posto negli anni Sessanta, quando si giocava per la strada correndo con i pattini, o in bicicletta.

Ai tempi era di moda far le “bande”, giocare a “Freccia nera”, le gang che si sfidavano l’un l’altra solo scavalcando dei muri. C’era Contrada Ceci contro Corridoni, e Corridoni contro Paoli, ma il piazzale era così lontano che sembrava una trasferta. E lungo Corridoni ci abitava Anna (chiamiamola così).

Anna era famosa per la madre scocciatrice, anzi “urlatrice”, come la chiamavamo tra di noi. Ogni tanto questa mamma rompiballe si affacciava alla finestra e urlava: “ANNAAAAAAA”, con una voce aspra come un limone. E Anna tornava a casa, con gli  occhi bassi. La mamma di Anna era una di quelle mamme che non vogliono che ti sporchi le scarpe quando giochi, che ti mandano giù col vestitino a fiori e le checchette, tipo bamboletta, quelle che come scendi, così devi tornare.

Proprio il giorno che sono tornata lì sotto per la prima volta, passeggiando stralunata col mio cane, ho pensato a quant’è buffa la vita: la casa di Anna era l’unica rimasta intatta su quella strada. Tutte le altre a pezzi, disastrate, puntellate, al massimo ponteggiate, e invece lei era lì in piedi, perfetta, con le finestre appena verniciate, i gerani belli grassi sui balconi. Ai lati della strada, solo cumuli di immondizia, calcinacci, detriti, ferri arrugginiti. E cartacce, rifiuti abbandonati, bottiglie rotte, ferraglia.
Su uno di questi montarozzi di ciarpame, vedo Teo che s’appoggia col sedere, e fa la cacca. Lo guardo divertita. Massì, come dargli torto? Un gesto metaforico! ha ragione, concordo pienamente con la sua opinione.
Proprio mentre lui sgomma soddisfatto un po’ di terra sulla cacca, la finestra coi gerani si spalanca, e una signora anziana, con i bigodini in testa, gli occhiali spessi e una mantellina sulla spalle inizia a urlare: “SIGNORAAAAA …..”
Non c’era alcun dubbio: non solo ce l’aveva con me, ma il suono della “A” era inconfondibile. Trattavasi della mamma di Anna. Più vecchia, ma con lo stesso limone nella bocca. Sentii la pelle accapponarsi.

Alzai la faccia con aria interrogativa e la vecchia aspra mi sgridò: “SIGNORAAAAAAA! le feci del cane si raccolgonooooooo!”. E restò lì immobile, affacciata, per vedere che avrei fatto. Sembrava leccarsi i baffi, come un grosso gatto davanti a un topo. Il topo ero io.
Vidi in lei una donna soddisfatta, appagata da quello che aveva intorno, da quello che io avevo classificato come “disastro” e che per lei sembrava essere la perfezione. Niente gente, niente rumori, niente lotte per i parcheggi. La sporcizia, il disordine, le macerie andavano benissimo, per lei. Solo la cacca del mio cane le era insopportabile.

Allora io che ho fatto? Mi sono messa a ridere, e a ridere e a ridere, d’un riso amaro.

Mi è venuto in mente un episodio della Bibbia, di quando l’angelo segnò con una croce le porte delle case da salvare. “Il sangue sulle porte sarà un segno per far distinguere le vostre dalle loro. Io vedrò il sangue e le lascerò intatte, passerò oltre; colpirò invece con il mio castigo l’intero Egitto, e a voi non succederà niente.”

Ho riso tanto.
Perché qui, per noi, un sacco di volte è andata al contrario.

Che culo.

 

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