TRATTASI DI IGNORANZA!

Tutti indignati dopo il primo episodio della fiction della RAI su L’Aquila!

Due miei alunni hanno fatto parte del cast, e da tempo mi parlavano con gioia ed entusiasmo di questa fiction, fieri e orgogliosi di aver fatto una cosa così bella. E così mi sono chiesta come possano sentirsi questi due ragazzi sedicenni, oggi, davanti alle polemiche dei loro concittadini aquilani che hanno letteralmente “linciato” l’intera serie.

Ragazzi, aspettate… linciati … ma da chi?

Dagli aquilani che si aspettavano un altro docu-film, stile Guzzanti?
Non so quali fossero le aspettative legate all’uscita di questa fiction, non so come giustificare questa grande delusione, ma sono pronta a giurarlo: i lapidatori del telefilm sono esattamente gli stessi.

Gli stessi di che?

Fidatevi, gli stessi. Quelli che si sentono “rappresentativi”, ma che in realtà rappresentano solo se stessi. Quelli di cui tutti gli altri hanno piene le tasche.

Voi ragazzi dovete sapere che l’aquilano medio, normalmente, tace. E guarda  tutti questi grandi parlatori (per spiegarmi meglio, uso il termine che ben conoscete, “opinionisti”), e li guarda da lontano. Fa le spallucce, è rassegnato a tenerseli, come ci si tiene il freddo: sa che non se ne andranno mai, e ha imparato a conviverci, li conosce bene, li sopporta, accetta il vizietto. Li lascia parlare, tollerando il loro presenzialismo, la loro lengua affilata. Ma – contrariamente a ciò che accade nei social – l’aquilano medio mantiene silenziosamente la propria opinione, perché sa che i chiacchiaruni stanno lì per vivere il loro momento di gloria. E’ uso antico: mia nonna, grande interprete di aquilanità, quando vedeva comparire a parlare sempre gli stessi faccioni, diceva: ….Ma vatt’a rrepóne. Magnifico latinismo. Sapeva anche che dopo tutta quell’ammuina, restava tutto uguale. Debito alla cultura borbonica.

Ecco. Perciò, rilassatevi.

Gli opinionisti – e voi lo sapete bene – hanno un’opinione su tutto, anche su cose di cui non capiscono niente: non puoi guardarti una fiction, aspettandoti un reality. Una fiction è una storia, ci sono delle licenze – diciamo così – poetiche, utili all’economia della narrazione. Ci sono modifiche, integrazioni, anche storture della storia, se necessario. Le fiction, lo dice il nome stesso, lasciano ampio spazio all’immaginazione: alla base di tutto – voi lo sapete bene – vi è il patto narrativo, un accordo tra narratore e narratario, che prevede anche la deformazione della realtà. Si chiama “rapporto tra realtà e invenzione”. Manzoni, per esempio, ha studiato per anni la storia di Milano del Ripamonti, prima di scrivere il romanzo. Ciononostante, ha poi apportato delle modifiche alla storia, fatti salvi dei puntelli che erano salvi anche nel primo episodio della nostra fiction. Ma se andate al cinema, firmate un patto. Se leggete un libro, firmate un patto. Se non firmate, non vi godete lo spettacolo. E’ come guardare Ben Hur solo per cercare di individuare il legionario con l’orologio. Tutti presi dal plot ! Tutti a fare i grandi critici letterari sulla sceneggiatura! Tutti a dire Io c’ero! Ma chissenefrega che tu c’eri. C’ero pure io. Tutti c’eravamo.

Che poi…. lo volete sapere? La bicicletta è stato un bell’espediente narrativo per girare la zona rossa, per far entrare gli spettatori nei vicoli, nelle case disastrate, per farli sobbalzare sulle loro poltrone, davanti a quelle scene, raggiungibili solo a piedi.

E della questione della lingua? Ne vogliamo parlare? L’accento sarà stato umbro-marchigiano da parte di qualche attore, ma un debito alle physique du role glielo vogliamo concedere, al regista? E poi, diamine, è come se i milanesi si fossero lamentati del fatto che Manzoni ha “sciacquato i panni in Arno”, e che Renzo non parla in perfetto milanese, tutt’al più ci pensa. E poi, sinceramente, una strizzatina d’occhio al terremoto in Umbria e nelle Marche andava pure data, per simpatia. Ed è giusto così: fidelizzi uno spettatore come fidelizzi un lettore. La verità è che se qualcuno ha avuto il tempo di pensare ai dialetti, e alle biciclette, è perché non è voluto entrare nella storia. Forse per fragilità, forse per paura, forse per aquilanità, è rimasto affacciato al balcone a guardare e a criticare, in linea col DNA: chi sta alla colonna e chi fa lo struscio. E’ roba endemica.

Perciò… trattasi di pura ignoranza! ragazzi, via, non prendetevela. Se non s’intendono di narrazione, questi aquilani criticoni, almeno però dovrebbero intendersi di economia: dovrebbero essere contenti, che ancora si parla dell’Aquila, e felici, al vederla in televisione. Felici, del fatto che qualcuno verrà a fare turismo da noi, non a fotografare le case dei morti, bensì i magnifici restauri.

Sarò sincera: a me la fiction ha emozionato moltissimo, forse troppo. E vorrei prestare i miei occhi a tutti quelli che hanno criticato, ai quali dico: avete altre cinque puntate per cambiarvi gli occhi, firmare quel patto narrativo, e lasciarvi andare. Ritrattate. Non siete voi gli attori, capite? Gli attori sono quei ragazzi. Per una volta nella vita, cedete il passo, lasciate il palcoscenico, fatevi da parte. Vogliamo essere felici del fatto che alcuni di questi ragazzi erano i nostri? Felici che la città che vediamo in televisione sia proprio la nostra, la stessa che poteva essere morta, e che invece abbiamo tenuto in vita col nostro sangue?
Interpretando il pensiero di un italiano qualsiasi, aggiungo infine: ma è possibile che agli aquilani non gli sta mai bene niente?

Perciò io dico GRAZIE RISI. E grazie a Nicolò e Valentina e a tutti gli altri attori, soprattutto quelli aquilani. Siete stati meravigliosi, siete bellissimi. Fregatevene di tutte queste polemiche e state sereni, perché l’aquilano è così: è invidioso. L’Aquilano non ci vuole nessuno, all’Aquila. E’ portatore sano di un DNA altamente selezionato, resistente ai terremoti fino all’ottavo grado. Quanno sci rrevenuto? ieri. E quanno te nne revà? Domà. Ah, so’ contento.
Questa è L’Aquila.

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Per i miei 24 ragazzi-lettori, quella citazione fu la chiave del mio primo racconto dopo il sisma, Cronache Costiere, datato 1 maggio 2009. Ed ora è anche l’ultima, esattamente dieci anni dopo. Leggetevela. E non siate chiacchiaruni pure voi, studiate, leggete, aprite gli orizzonti, levatevi la casacca per le cose stupide, tenetela per le cose serie. Questo è il mio augurio. E non preoccupatevi per me, non mi tocca punto quel che si dirà di me. Perché “le persone danneggiate sono pericolose: sanno di poter sopravvivere”.

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PS: Se non volete guardare la fiction e volete la reality, in allegato metto due documentazioni bellissime, cose che hanno fatto VERAMENTE i nostri ragazzi dopo il terremoto. Una si chiama Container 19, è un bel report sul post-sisma, unico nel suo genere. L’altra è L’Aquila 2019, e ci sono dentro i sogni dei nostri ragazzi di dieci anni fa, tutto il loro lavoro, le loro grandi VERE speranze. Se volete il reality, leggetevi quello.

E adesso andate a studiare.
Non fatevi fregare.
Non date retta alla parola “domani”.
Domani è oggi.

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