RESTO PERCHE’

 “Se c’ero quando tutto è crollato,
figurati se me ne vado proprio adesso
che tutto rinasce…”

In inverno il mare è cattivo, e se lo porta fino a primavera.
In aprile poi, urla come un disperato e il vento ti trascina via e ti soffoca fino a levarti il fiato.

Tu stavi in macchina dentro al bagagliaio, perché in camera non ti facevano salire.

Avevano messo dei cartelli belli grossi con sopra tutti i “no” che dovevamo venerare. Li leggevamo pure quando eravamo in fila per mangiare. E mentre ci sbattevano con malagrazia quel cibo dentro ai piatti, noi ripassavamo bene la lezione di tutto quello che minacciava l’immediata espulsione. Vivevo con attonito stupore.

E’ vietato introdurre gli animali”: leggevo sempre questo cartello qui, io, perché pensavo a te che stavi dentro al bagagliaio.

Pensavo che sarebbe stato meglio stare a casa mia, che era inclinata come un ramo secco, dentro a una tenda puzzolente e stretta, piuttosto che restare in quell’albergo al mare, a farmi trattare da trusciante.
E tu nel bagagliaio.

Sei sempre stato un po’ fifone. Di quel mare che hai vissuto pure tu per forza, t’è rimasta la paura del vento, di quei tuoni, della tempesta che picchiava giù la notte, come uragano sopra i vetri spessi.

Una mattina ti trovammo mezzo morto, sì, morto di paura. La tempesta era stata più violenta quella notte, e il cuore tuo se ne voleva andare. Da quel momento, non volli più lasciarti. Rischiai la mia famiglia: ci avrebbero sbattuto fuori dall’albergo, se avessero scoperto che ti portavo in camera con me. Rischiai, e non riuscivo a fare in nessun altro modo.

Presi un borsone e a tarda sera andai al parcheggio, aprii il bagagliaio, ci guardai dentro come se dovessi prendere qualcosa. Lì spalancai il borsone, lo poggiai e dopo ti guardai. E ti parlai con gli occhi.
Ci dicemmo, in quell’istante, tante di quelle cose e tante, che non mi è poi mai più ricapitato di dirmele così con nessun altro al mondo. E fu un istante, in cui t’ho ripassato con estrema cura tutta la lezione: le alternative, le difficoltà dei giorni prima e quelle che avremmo avuto i giorni dopo ancora. E in quell’istante tu dicesti sì.

Non hai la coda. Credo che te l’abbiano tagliata appena nato. Ecco perché penso che quello che non riesci a dire con la coda, tu piano piano l’hai imparato a dire con gli occhi e con le orecchie, e col cervello. Ed io ti vedo ancora come quella sera. Occhi scodinzolanti gioia, parlavano per dire, stampati sulla faccia, canali in chiaro senza alcun mistero.

Saltasti su, e il cuore ci batteva. Avevo mal di schiena, così ti prese lui, pure se mi fidavo poco perché non voleva: era contrario a far rischiare la famiglia. Si fece convincere però, per amor mio. Come due ladri andammo all’ascensore, chiacchierando come quando da ragazzi recitavamo le battute dei copioni.

Sperammo zitti zitti che nessuno salisse insieme a noi… E invece no: come nei migliori film, all’ultimo momento un tizio un po’ grassoccio che s’infila, prima le braccia e poi il resto del corpo, dentro alla cabina.
Settimo piano. Quel numero è rimasto stampato nel cervello. Troppe scale per andare a piedi col bagaglio, troppi minuti per stare intrappolati dentro, quando t’assale l’onda fino al gozzo che dice che la terra trema, che devi uscire da lì dentro, e che hai bisogno d’aria.

Tu eri un cucciolo che non stava fermo mai, ma quella sera lì non ti muovesti, non facesti un fiato, dentro quel borsone. Solo alla fine, quando il tizio scese prima, al quinto piano, il contraccolpo che fece l’ascensore nel fermarsi ti fece fare un piccolo rimbalzo, e si sentì sommesso un brontolio, un lamento canino, tipo “mmmrgghhhh” …

E pure lì, fu un attimo soltanto: il tizio se ne accorse, alzò lo sguardo, evitò il mio guardando nello specchio, io guardai lui, che allora guardò me, capì, non disse niente, fece una faccia che diceva tante cose. Cose del tipo: guarda che ci tocca fare, guarda che cazzo ci doveva capitare. Per fortuna era un tizio illuminato. Per fortuna non era capitato quello lì che guarda tutti quanti come fossero straccioni, e solo lui signore, signore che avrebbe fatto poco dopo il delatore.

In quell’istante lì, non so perché, pensai di nuovo ai morti. Trecentonove, si diceva allora, senza contare quelli che si sarebbero affilati, soprattutto i vecchi, che chiusero la bocca e non vollero mangiare, fino alla morte, davanti a quella riva bassa, a quel profilo a cui mancavano montagne.

S’aprì la porta sul settimo piano. Uscimmo frenando i passi che volevano scappare, felpati sulla splendida moquette che noi calpestavamo da sfollati, e finalmente la porta della stanza: apro, lui poggia il borsone a terra, tira la lampo… e la tua faccia emerge col sorriso. Tu sei rimasto zitto, gioia esplosiva invece, per noi tre umani, soffocata perché non si sentisse. E gioia tua di cane, che eri per noi famiglia. Non fiatasti, per tutto il mese che restammo lì. E non facesti danni, non sporcasti, perfino sembrava ti sforzassi di non perdere i pelucci bianchi. Ti salivamo a notte, ti scendevamo all’alba. Non si lascia un pezzo di famiglia al bagagliaio.

Non eravamo i soli: di notte, stando attento, potevi qualche volta sentire da lontano, in fondo al corridoio, qualche guaito, qualche rumoretto che chi c’ha il cane sa, e capisce che cos’è. Sentivi allora che s’alzavano le voci di bambini per coprirlo, fingevano d’esser stati loro, per non insospettire i camerieri. Qualcuno è stato espulso, buttato per la strada in malo modo, per aver nascosto il cane, ma noi no. Tu cucciolo non hai cacciato un fiato, mai un abbaio, come se capissi. E t’è rimasto, questo tuo tacere. T’è rimasto come l’odio per il mare, e l’odio per il temporale. T’è rimasto, e quando mi si dice: Oh, com’è buono, com’è bravo questo tuo Teo qua, e non si spiega come mai, io invece sì che so.

Ti guardo, qui sopra la poltrona, stamattina. Sono sei anni ormai, eppure tutto questo non mi lascia. Anzi, col tempo mi diventa spina, incancrenita da mancata cura.
E penso a chi dentro l’albergo non c’è mai arrivato, a chi restò nel letto, e si girò dall’altro lato, a chi non s’è rialzato. Ed è un pensiero che non lascia mai, in questa povera città spalmata sulla strada, come sul pane si spalma la nutella.
Neanche la consolazione di poter pensare che chi ci disse che va tutto bene, come nei telefilm americani, ma parlava di se stesso, e non di noi, abbia finito per pagare la bugia. Non volle dare un procurato allarme, ebbe paura, il procurato allarme è un gran reato.
E c’ha fregato. Ed il pensiero è chiodo che non esce.

Ma io resto. Resto perché devo pagare. Voglio pagare io, al posto suo. Perché sono migliore. Non so cos’è, che mi tocca di pagare, ma qualcosa, qualcosa che sento di dovere non so a chi.
Resto perché Antonello s’è ammalato. E Maria pure, e lottano, e vorrò esserci, il giorno in cui passerà il male. Resto perché i ragazzi che erano fuggiti adesso sono qui, sono tornati, per un motivo uguale.
Resto perché non c’è per me altro posto dove voler stare.
Resto perché il mio cane, da quel giorno, non sa più abbaiare.

 

teo

5 Commenti

  1. Caro amico mio 🙂
    Ero certissima che uno di quei ventiquattro fossi tu.
    Grazie 🙂

  2. Grazie a quell’uno che ha condiviso. Non so chi sia, ma grazie 🙂
    Io mi condivido solo qui, con chi mi vuole bene 🙂

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