MODELLO GIUDITTA

Senza polemica. Ditemi solo se sbaglio e se ricordo male.

Nel 2009 all’Aquila non fu mai realizzato il progetto governativo di costruire una “new town”. L’idea di costruire “L’Aquila 2” (stile Milano 2) per la quale erano già pronti i progetti in qualche cassetto (a meno che non sia una leggenda metropolitana, come quella dei 50.00 sacchi pronti), insomma l’idea di costruire una città completamente nuova che sostituisse quella vecchia, sul lato ovest di quella attuale, non ebbe alcun seguito.

L’opposizione dell’amministrazione locale fu feroce e (mi sembra di ricordare) si è combattuto per la costruzione di 19 “insediamenti abitativi” che circondassero il centro storico, e che in qualche modo fossero localizzati nei pressi dei paesi di provenienza dei terremotati, in modo che le persone non fossero completamente sradicate dal loro ambiente, ma restassero vicine e vigili alla loro ricostruzione. E di fatto (guardatevi intorno) nessuna “Newtown” che sostituisca L’Aquila è mai stata realizzata.
Tuttavia, nessuno va a chiarire l’equivoco.
L’equivoco: la stampa nazionale continua a parlare di “una” newtown, senza mai essere smentita (vedi per esempio qui e qui, dove si usa sempre la dicitura “LA” newtown, tanto per citare i primi risultati di una ricerca su un qualsiasi motore in cui digiti “Newtown L’Aquila”). Si continua a parlare di un “modello aquilano” di gestione post-sismica che ignora la realtà: l’esistenza di 19 Progetti CASE che fanno da corona alla città antica, per salvaguardarla e far sì che essa non venga abbandonata.
Ma noi restiamo zitti.
I Progetti CASE furono chiamati “Newtown”, ma non erano piccole città nuove, non lo sono mai state, erano solo insediamenti abitativi, 19, intorno alla città, addirittura paragonabili a quartieri dormitorio. Niente servizi, niente bar, niente negozi, solo costosi giardini, giochi per i bambini, qualche campetto di cemento, tutto qua. Dovevano essere e sono “soltanto” case antisismiche per i terremotati. La questione del consumo di suolo ci sta tutta, come pure quella del futuro smaltimento dopo la demolizione, ma non è questo che si intende quando in televisione sentiamo parlare di “cattivo modello aquilano”
Il “cattivo modello aquilano”, di cui stanno parlando ultimamente tutti, inclusi i vertici governativi, è quello di una città succube di una ricostruzione pervasiva. Che dire? Magari ci si è anche provato a costruire una città “nuova” da un’altra parte (dal punto di vista del Governo sarebbe stato più facile e molto meno costoso delocalizzarci), ma quando mai è successo? I 19 insediamenti abitativi nei quali abbiamo vissuto e vivremo, in attesa della ricostruzione della città, sono forse pervasivi, ma incapaci di qualsiasi sostituzione della Oldtown. Possiamo dunque discutere sul consumo di suolo, sui costi, sulle disfunzioni, su chi ci ha lucrato, sui dissuasori sismici sbagliati, sui balconi che crollano. Possiamo discutere sulla gestione costosa, sul Programma Gioiello che decise le destinazioni, sui corruttori e sui corrotti. Possiamo discutere su tutto questo, ma non possiamo assolutamente discutere su quello che viene spacciato come “modello L’Aquila”: cittadini violentati, o proni alla volontà di essere deportati dalla loro terra.
Eppure questo, nel linguaggio comune, è il “modello L’Aquila”: una città che ha subito l’allontanamento coatto dal centro storico. Poco importa che fosse inabitabile fino a pochi anni fa, che fosse davvero impossibile entrarci fino alla rimozione delle macerie, poco importa che la volontà degli aquilani nel varcare le transenne, nel riaprire la città, nel rimuovere le macerie, abbia costretto i decisori politici a un’accelerazione e forse anche a un cambio decisionale: l’unica cosa che importa è poter dire “mai più come all’Aquila”.
E noi zitti.
Il disprezzo verso questo “modello Giuditta” in cui si paragonano in modo puerile delle realtà completamente diverse (Friuli, Umbria, Emilia) deriva sicuramente da una cattiva informazione. O, naturalmente, da una strumentalizzazione. E chi paga? Il nome della città, il nostro nome.
E noi zitti.
C’è da chiedersi chi sia a fornire le informazioni che ci riguardano. Persone che si arrogano il diritto di parlare per altre persone, che agiscono forse in nome di un ideale politico. Salvemini diceva che chi crede di avere il segreto della felicità degli uomini è sempre pronto ad ammazzarli.
Chi è che pensa di possedere il segreto della felicità degli aquilani? Chi ha spacciato il “modello aquilano” come quello dell’accettazione di UNA newtown che sostituisse la vecchia, anteponendo il gusto per la casacca all’amore per la propria terra?
Quale poteva essere l’alternativa al progetto CASE? Le case provvisorie non possono essere “troppo” provvisorie in una ricostruzione che richiede così tanti anni. Chiunque sia stato terremotato veramente, cioè chiunque non avesse i mezzi per prendersi una casa in affitto, o una terra per costruirci una casetta di legno, è contento di come sono andate le cose, se non fosse che ha dovuto vivere questi sette anni e mezzo circondato dall’ostilità dell’opinione pubblica cittadina, che lo ha tacitamente accusato di essere “complice” della scelta di costruire i 19 insediamenti. Ostilità trasmessa ai media da qualcuno che stava facendo la sua politica e che ha fatto passare questo convincimento: chi abita nelle CASE è amico delle guardie, vota a destra ed è nemico della città. Ma quando mai? E chi ha eletto costoro a parlare “per il nostro bene”? E chi glielo dice, a questi, qual è il nostro bene? Io mi dissocio. Per me, lo Stato c’è davvero stato. Gli abitanti delle CASE, discorso bollette a parte, sono stati al sicuro, si sentono ancora protetti, e sono consapevoli che questi dormitori sono l’unica strada praticabile per riavere indietro la “Oldtown” senza una sofferenza esagerata.
Questo è il “modello L’Aquila”: trentacinquemila abitanti che non hanno voluto UNA newtown, che stanno pazientemente aspettando nei loro dormitori, sacrificando la propria vita pur di ripopolare la città vecchia, e che la fanno vivere da sempre come meglio possono, parlandole all’orecchio continuamente, coccolandola come possono: è questo, il “modello L’Aquila”. Mai proni, perennemente connessi, gli aquilani sono rimasti nei loro dormitori ma ne uscivano ogni giorno, a spiare ogni sasso in Zona Rossa, a recarsi di nascosto a rivedere i loro luoghi, a misurare ogni progresso. Certo, ci si è un pochino inselvatichiti nei progetti CASE: ma siamo andati al lavoro tutti i giorni, grati di una sussistenza decorosa, e con la voglia di restare in piedi, di mostrarci “come se” la nostra vita fosse uguale a quella di chi, dentro una casa vera, aveva una vita normale. Ma la nostra, normale non era affatto. Questa dignità, è il “modello L’aquila” nelle 19 newtowns.
Invece dobbiamo sentirci mortificati da una televisione che dice “L’Aquila non ha insegnato niente di buono”. A chi doveva insegnarlo? Nessun terremoto si è verificato mai proprio sotto un capoluogo di regione. Dovrebbe essere un modello? E per chi? C’è da sperare che non sia modello mai più, per nessuno, che non accada mai più un terremoto sotto una città così grande. Abbiamo retto fin troppo bene. Questo è stato ed è, il modello L’Aquila: gente caparbia, decisa a restare in un posto sismico di merda perché è la terra dei padri. Questo è il “modello L’Aquila”.
E invece, ad ogni nuovo disastro nazionale, veniamo additati come pecoroni.
E noi zitti.
Abbiamo lottato per riavere la città, e non solo “dov’era e com’era”, addirittura “meglio di come era”. Abbiamo discusso allo stremo, tavoli di partecipazione, congressi, osservatori, ci siamo sempre stati. Avrebbero potuto spendere meno, è vero, e noi avremmo potuto fare di meglio, è vero. Ma il meglio è nemico del bene, e possiamo batterci una pacca sulla spalla da soli, per tutto quello che siamo riusciti a fare.
Ma noi zitti.

Certo, molto dipende da tanta buriana che s’è fatta in tutti questi anni, sempre a far volare gli stracci per qualche minuto di popolarità. Tante chiacchiere e tanto sociali, in tutti questi anni. Un sacco di gente morta è risorta grazie al terremoto, capitanando la fantomatica resilienza. E ci può stare, anche questo ha avuto un ruolo.
Però stiamo zitti.
E allora verrà qualcuno, un giorno, e la racconterà a suo modo.

Mi auguro perciò che, non appena la polvere dei fratelli di Amatrice si sia posata, chi ne ha la facoltà possa precisare, a più livelli, che non è il caso di utilizzare la tragica vicenda di un terremodo come cavallo politico.

Max Weber diceva che la politica è roba da eroi.
Non sono un eroe, non so fare politica, e questa è una roba da blogger.
Ma io zitta non ci resto.

Me medesima. Aquilana. Sette anni, tre mesi e dieci giorni di Progetto C.A.S.E.
“Modello Giuditta”.

ricostr
 

5 Commenti

  1. Zitti perché non hanno voce. Qualcuno gli presta la sua, parlando “al posto” loro.
    Ma in realtà parla solo di sé.
    Io la voce me la faccio venire, e sono “una di loro”. Gente, popolo. Quello in nome del quale bisognerebbe pensare. Quello che invece deve tacere perché “non ha le competenze”. E deve stare zitto.
    Tacere perfino il proprio vissuto, guardando loro che si sbranano per far vincere un’idea. Un’idea.
    Hanno mezzi, puzza al naso, una buona erudizione (non una buona cultura), una buona posizione.
    Vestiti sempre tirati, scarpe sempre pulite.
    Quasi tutti sono stati sette anni a casa loro.
    O se ne sono presa un’altra. Bella, in campagna. Antisismica.
    Molti di loro in sette anni sono diventati più ricchi.
    Se non di soldi (grazie alla loro professione), di popolarità.
    Sono quelli che dicono di sapere di che cosa ha bisogno “la gente”.
    Però da lontano.
    Perché “la gente”, da vicino, puzza.

  2. Brava Luisa hai centrato perfettamente il mio pensiero e, soprattutto di quelli che sono stati sempre zitti ma che si sono comunque adeguati.

  3. Finalmente una boccata d’aria fresca. Da aquilano, grazie. Purtroppo scontiamo anni di strumentalizzazione politica sul terremoto dell’Aquila, in cui hanno sguazzato spesso e volentieri anche i nostri rappresentanti politici e istituzionali, i quali hanno fomentato il piagnisteo vittimista di una parte della città.
    Come ho scritto altrove, non si sono fermati neanche di fronte allo sputtanamento della loro città, con il risultato che oggi Lucia Annunziata scrive sull’HP che L’Aquila non viene ricostruita com’era e dov’era, ma è stata sostituita dalle “new town”.
    Il “modello L’Aquila” è oggi considerato sinonimo di fallimento, peggio dell’Irpinia. Poco importa che non sia così, ormai nell’immaginario dell’opinione pubblica è passato questo messaggio e di questo bisogna ringraziare soprattutto i soloni della sinistra aquilana, che hanno venduto la reputazione della propria città sull’altare dell’odio politico-ideologico.

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