MA NON E’ L’AUTOGESTIONE

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In molti diranno che sono le solite scuse per non fare la scuola.
Diranno, magari tra i denti, che ‘sti ragazzi se le inventano tutte per saltare le lezioni.
Si chiederanno che cosa vogliono.
Li sento mentre lo dicono, o glielo leggo negli occhi mentre lo pensano.

In molti diranno che sono strumentalizzati. O che sono degli illusi, e che bisognerebbe prenderli per un orecchio e portarli dentro le aule. Che sono piccoli, che delle cose serie si devono occupare gli adulti. Che bisogna lasciar fare chi ha le conoscenze e le competenze per risolvere questioni così grandi. Che non hanno le capacità critiche che ci vantiamo tanto di saper dare.
Diranno che conta la parola, e la stretta di mano. Che la promessa di un adulto deve bastare. Che non serve niente di scritto.

Mi chiedo se a dirlo saranno gli stessi che fuori da questo contesto insegnano che verba volant. Se sono gli stessi che chiedono ai ragazzi di essere persone serie, capaci di curare il loro senso di appartenenza alle istituzioni. Mi chiedo se sono gli stessi che fanno i corsi sulla legalità. O se sono quelli che contano sulla loro obbedienza incondizionata. E mi rispondo che sì, saranno proprio gli stessi.

Erano in pochi alle 13, a fine lezioni, i ragazzi fuori dal Bafile.
Quei pochi avevano segni neri sul viso, le sciarpe e i cappelli buttati per terra. Alcuni a tirare quattro calci ad un pallone per ingannare il tempo del presidio. Le ragazze, serie e preoccupate. Tutti accigliati, nessuno spensierato.
Peccato, che nessuno si sia fermato ad osservarli bene.

In molti diranno che sono i soliti quattro gatti.
Sento i loro pensieri: eh, i doppi turni, dai, ragioniamo, sai che casino, meglio chiudere gli occhi e tirare a campare.
Alcuni diranno perfino che dai, a certi insegnanti gli fa pure comodo che non si fa scuola.

Le aule oggi erano quasi deserte, ma domani lo saranno di meno, poi ancora meno. Si sa, come vanno le cose: tutto finisce la domenica. Come se fosse l’autogestione di novembre.
Ma questa non è l’autogestione di novembre, in occasione della quale (e i miei lo sanno) io sono tra quelli che li rimanderebbero in classe a calci nel sedere.
Ma non è l’autogestione di novembre, questa.

Molti diranno tutto questo, si sa.
Noi che siamo capaci, però, godiamoci con occhi puliti questo magnifico spettacolo di ragazzi. Durerà poco, perciò fermiamoci un attimo: ti circondano, ti chiedono prof, per favore, venga fuori a fare lezione. Vogliono sapere come la pensano i loro professori. Che fanno, ci appoggiano? Dico che non lo so, che posso solo parlare per me. Alcuni sono disillusi, domani entreranno in classe, stare fuori non porterà a niente, lo sciame sta finendo e tutto tornerà come prima. Dicono che – guarda un po’ – tocca sperare che lo sciame non finisca, per continuare senza fare la figura dei peracottari.

Eh no, non la faranno la figura dei peracottari, non per me: perché – non so se si è capito – non era solo per preservare la loro vita, che oggi i ragazzi si sono chiusi fuori dalla scuola. Era per la loro città. La nostra città.

Sto al Bafile dal 1990, sono la decana della scuola. Ho cresciuto generazioni di ragazzi, parlato con centinaia di genitori. Molti dei miei ex alunni mi stanno leggendo, molti di loro hanno già dei figli. In tutto, saranno un migliaio, forse di più. Ho vissuto il “Bafile” a via Maiella, a Palazzo Quinzi, a Pettino, e infine a Colle Sapone: una partita a scacchi, giocata migliorando impercettibilmente di sede in sede, ma continuando a fare gli stessi errori, aggiungendone perfino altri, senza mai l’unica parola definitiva che avrebbe potuto prevenire tutto questo.

Quei ragazzi che danno calci al pallone e hanno i segni neri sulla faccia ci stanno chiedendo di ricostruire, e di farlo bene, per se stessi e per i figli che verranno da loro. Non sono dei fuorisede. La loro città è questa, e vogliono restarci. Sono grandi, sapranno dove mettere una croce, quando sarà il momento. E sceglieranno chi li lascerà liberi di scegliere se restare dove sono nati e cresciuti, o andarsene.

Di loro, alcuni diranno che basta, e che pensassero a studià.
Tranquilli, sarà così. Gli abbiamo insegnato molto bene ad assere “ragionevoli”.

Ma almeno non si potrà dire, domani, che non ci hanno provato.

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sicurezza

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