LO STRANO CASO DEI GATTI SUL BALCONE

Il piccolo colle che ospita le CASE regge abbastanza bene al tempo. Cadono pezzi dal soffitto delle piastre, e le scale di metallo assumono l’aspetto arrugginito dell’incuria.

Noi si resiste. Nessuno le ha mai sentite sue, queste casette, e ci viviamo come in un campeggio. Giochiamo un po’ alle Giovani Marmotte: chi mette fiori al giardinetto, chi tira tende per ricavare spazi, chi organizza angolini un poco riparati per metterci una griglia per l’arrosto. Un mio vicino un po’ stranito canta a palla tutti i giorni una canzoncina antica… C’è una casetta piccola così… (tump – tump) con dentro le tendine colorate… L’amico bassista al terzo piano fa esercizi. L’anziano passeggia con la sua badante. I bambini giocano a pallone nel cortile. Il signore al piano terra si dà da fare col macete: le piante crescono selvagge, che sembra ci si vogliano ingoiare. Per scelta, non conosco il nome di nessuno. Forse nessuno conosce quello mio. Si sta come su un treno. Contenti dell’attesa.

Aprile, come disse il poeta, è il più crudele dei mesi.
Avevo una scarpiera sul balcone. Una scarpiera che ospitava scarpe mai più messe: quelle col tacco, quelle da serata, quelle di coppale, tutte inadatte a questa vita di campagna, a una città dismessa come loro. Dopo giornate uggiose di piogge torrenziali, quel giorno lì il mio cane si era messo ad abbaiare in modo strano sul balcone, contro la scarpiera. Mi affaccio, lo richiamo, ma l’abbaio non era capriccioso, indicava qualche cosa di strano proprio dentro la scarpiera: guardo meglio… sollevo il telo plasticato che serviva a protezione dalla pioggia e… m’aggrediscono due grossi occhioni gialli e un soffio da pantera. Una gatta randagia s’era fatta la cuccia proprio lì. Chiudo. Non so che fare. Un’ospite inattesa. E mo’? Guardo di nuovo. Soffia più di prima. Richiudo. Guardo ancora… Sotto di lei, otto occhietti piccoli e spauriti si sollevano alla luce, ancora mezzi chiusi. Ma guarda un po’ – mi dico. E mo’? E come c’è arrivata questa fin quassù? E proprio in questo posto doveva partorire? Ben quattro cuccioletti appena nati! E mo’?
Va bene – dico – tu mi hai scelta, e io ti aiuto. Non dovrai più cacciare in mezzo ai prati, ti darò cibo, se vorrai restare, finché allatti.
Non la disturbo, non voglio che si porti via i gattini perché si sente minacciata. Così le lascio in un piatto i croccantini, o qualcosa di avanzato, per non farle perdere abitudine alla caccia. Sarà questione di poche settimane, poi se ne torneranno alla campagna. Ogni mattina spio. Le metto il cibo, vedo se c’è ancora. E c’è.

Una mattina la trovo bella stesa sulle assi del balcone, che allattava, tutti e quattro i cuccioli attaccati: finalmente erano usciti allo scoperto, a godersi il maggio profumato. Ho continuato a mettere del cibo, la gatta usciva solo un po’ di notte.
L’ho vista all’alba un giorno che tornava, arrampicandosi al paratìo del piano sotto, come un acrobata da circo: saliva, smicciava furtiva sul balcone, poi s’infilava quatta quatta dentro la scarpiera. Oddio… e le mie scarpe? I miei costosi cimeli avanti-sisma, che fine avranno fatto? Alcuni giorni dopo mi decido, ed alzo un poco i teli, a controllare. Un puzzo allucinante veniva su da quella che oramai non era una scarpiera, era una tana. E mo’? E mo’ pulisco. La gatta soffia e guida i piccoli in un angolo nascosto, sotto un carrello che pure lui si ricordava i tempi andati, coperto inutilmente da un lenzuolo. Pulisco, saluto un po’ di scarpe, ne butto via metà, dicendo addio alla vita precedente. E poi rimetto tutto a posto. Da dietro i vetri spio la famigliola, che ritorna al sicuro nella cuccia, come alla quiete dopo la tempesta. Compro una vasca bella grossa da cantiere, ci metto dentro sabbia da lettiera: così la finiranno di scacacciare dentro alla scarpiera. Mi dico dai, ancora qualche giorno e torneranno là, da dove son venuti.

E infatti una mattina giù in cortile incontro quattro cuccioli festosi. Addio, piccoli miei, avete portato tanta gioia a questa casa, mi mancherete!
Un poco malinconica rientro, è ora di pulire tutto, e di restituire il mio balcone al cane. Spalanco la scarpiera e mi esce un “Nooooo!…”: c’erano ancora tutti! Che mi guardavano chiedendo che volessi. La mamma è lì che soffia, sempre più cattiva. E allora, quei gatti nel cortile? Erano altri, praticamente la loro fotocopia. La mamma deve aver avuto una gemella, che ha fatto figli con lo stesso padre. Pazienza. Ci vuole ancora tempo. E io so aspettare.

Chiunque venga a casa, è divertito da tutta la faccenda. Si intavolano lunghe discussioni sul da farsi. Martina riesce con un trucco ad agguantarne uno: per pochi istanti, perché lui come un’anguilla si divincola e schizza via al riparo. Annalucia è piuttosto preoccupata, si offre di aiutarmi ad acciuffarli. Gianni, invece, se la ride, anzi sghignazza come Franti. Tu dalli a me – mi dice – che ci penso io. Che? Li sbatti per la strada, se non peggio, ti conosco! No, non se ne parla. L’ospitalità è sacra! E la pazienza è la virtù dei forti.

Intanto, di notte, la mamma gatta esce. Si sentono le risse furibonde dei gatti maschi e delle femmine in amore, che ingaggiano le lotte col maschio predatore. Mi sveglio nel terrore. Oddio… e se mi torna incinta un’altra volta? Chiedo a un’amica mia gattara come posso fare. Mi guarda di uno sguardo rancoroso. Poi dice Beh? Mo’ te li tieni. Finché erano cuccioli l’hai tenuti, ora che crescono li vuoi abbandonare? … Cala un gran silenzio. Mo’ te li tieni? E mica li ho voluti io? Chi glielo spiega che rivoglio il mio balcone? Se si facessero almeno avvicinare! …

Provo a chiedere a qualche associazione. Devi prendere la gatta con la trappola, la fai sterilizzare, poi trovi chi ti adotta i cuccioletti. Tradotto: un mese di lavoro. Grazie, già lo sapevo, non è di grande aiuto. Ci penso un poco, poi mi dico “no, tra poco se ne andranno, appena la randagia smette di allattare, ognuno si riprende la sua vita. Non metterò più cibo, e lei ritornerà in campagna”.
Intanto nel cortile è tutto un brulichio di gatti. Ogni randagia della zona sembra sia venuta qui per partorire. Sotto i cespugli più nascosti dei giardini, quest’anno sembra tutto uno spuntare di gattini. Le meraviglie del progetto CASE, dove la vita vive, e va per conto suo, senza pensare.

E’ giugno. La sera c’è un bel fresco. Appena buio, da dentro casa, li vedo scorrazzare sul balcone. Sembra un’invasione di gremlins cattivelli, che saltano su e giù dalle fioriere, si fanno audaci senza remissione, in quei due metri quadri di balcone. Se apro le finestre, quello più vispo, con la punta della coda bianca, prova qualche sortita per entrare. Batto le mani per cacciarlo, e grido SSSSSHHHHHHHH!!!!!! come una vecchia pazza. Teo abbaia, ma Punta Bianca, per niente intimidito, tira un po’ indietro la zampetta, rispettando la linea di confine. Sembro il Tenente Dunbar che inventa il nome Due calzini al lupo. Ma il film non è lo stesso: Balla coi gatti fa tutto un altro effetto…

Che penseranno mai questi vicini, di una che non riesce a mandar via dei gatti? Non me ne importa, qui è tutto provvisorio. Ognuno fa un po’ come gli pare: antenne appese, lenzuoli, vasi di gerani poggiati border-line, parcheggi a caso, erbacce, rifiuti in ogni dove, e io dovrei macchiarmi d’abbandono? Appena smette di allattare, non metterò più cibo, e se ne andranno.

Luglio. Il caldo di quest’anno è atroce. Pulisco la lettiera due, tre volte al giorno. I gattini sono grandi ormai come la mamma. Eppure stanno lì, stesi, a ciucciare. Li guardo sospettosa: stanno fingendo, non c’è altra spiegazione. Lo fanno a posta, hanno capito che se smettono di bere dalla mamma li caccio, e allora fanno finta!
La mamma soffia sempre, se mi vede. Teo è rassegnato. La notte tengo chiuse le finestre, perché di notte i gremlins si trasformano in diavoli volanti.
Rido. L’unica salvezza è il mio trasloco. Lascerò casa con gatti in dotazione. Ben più ricca di come l’ho trovata! Poi penso “no, li tengo tutti. E magari me li porto pure dietro, a casa nuova. Chissenefrega, in qualche modo faccio”.

Oggi è due agosto. E non mi piace tanto, questa data, dai tempi della strage di Bologna. Tornando a casa, sulla strada, vedo Punta Bianca. E’ lei, sono sicura. Stavolta la conosco bene, non sbaglio cucciolata. Torno su, corro al balcone, apro… e non ci sono più. Nemmeno uno!
Ora non ero pronta io, per l’abbandono!

Così è la vita, nel Progetto CASE: appena ti adatti a qualche cosa, ne succede un’altra, che rende inutile il primo adattamento. E torneremo nelle vecchie case nuove, con questo bel bagaglio di esperienza: che la vita va dove gli pare. Con noi, oppure senza.

 

gatti

5 Commenti

  1. Uno “spaccato” eloquente della vita nelle C.A.S.E. , illustrato con simpatico umorismo e qualche venatura di tristezza comprensibile , cara Luisa ; ma soprattutto l’augurio di un rapido ritorno alla tua casa ! Complimenti per il post ed il tuo blog!

  2. Mi sembra di capire che presto tornerai alla “vecchia” CASA, quella senza puntini, quella della gatta, quella vera. Sono felice per te.

  3. Ciao Gilbé. Non credo sia come tu ricordi, comunque grazie! So che è una felicità vera 🙂

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