LE PIETRE DELL’AQUILA

Articolo per un giornale on-line, teso ad informare su una ennesima attività iniziata con i miei studenti.

Che cosa pensano dell’attuale vita aquilana coloro che al 6 aprile 2009 avevano 14 anni? Erano ragazzi abbastanza grandi da aver vissuto la città in autonomia, e se la ricordano bene, oggi, legati ad essa da quel vincolo profondo che chiamiamo “appartenenza”, maternità, infanzia, pancia. Abbastanza grandi da avere senso critico, prossimi al voto, ormai vicini a decidere se tagliare o meno il cordone ombelicale che li lega al passato, restare o andarsene via. Dunque che cosa pensano delle condizioni della città, che cosa sperano per lei?

E’ quello che ho cercato di scoprire aderendo ad un’attività didattica che li ha visti protagonisti: scrivere i loro pensieri in argomento, per accompagnare le fotografie esposte nella mostra del M.tro Sergio Stignani, a titolo “Le pietre dell’Aquila”, progettata e curata da Riccardo Badolato. Ospiti d’onore all’indomani dell’inaugurazione della mostra alle Grotte del Boldini nei pressi del Castello d’Este a Ferrara, i ragazzi del liceo Bafile hanno avuto ieri una splendida occasione per dimostrare quanto questo tragico vissuto possa trasformarsi in una buona occasione.

I pensieri dei ragazzi illuminano le fotografie di una luce particolare, conferendo loro un significato speciale, al punto da divenirne supporto. Ciò che i ragazzi hanno raccontato dell’Aquila abbraccia un po’ tutte le loro emozioni e i loro pensieri. Raccontano di una città avvolta da un “silenzio assordante”, un posto in cui “le ferite non sanguinano, ma neanche cicatrizzano”. Qualcuno parla di un “corpo ferito”, alcuni addirittura di un “cadavere”. Si sentono offesi dal turismo macabro che li circonda: “La fotografano pensando che sia una nuova Pompei: una città senza alcuna speranza di tornare com’era”. Rivendicano a modo loro un passeggio aperto con le vetrine, i bar, i portoni aperti a mostrare lo scorcio dei cortili, cose normali per tutti gli abitanti di una città, eppure speciali, per chi una città non ce l’ha più. Insistenti e rancorose le loro riflessioni sulle strade che non portano più a niente, sui “fondali posticci fatti di casette prefabbricate e centri commerciali”. Lamentano il provvisorio definitivo: “E’ inutile puntellare, se non si sa puntualizzare”. Raccontano la difficoltà di una giornata fatta di spostamenti dai pochi posti certi (le nuove abitazioni, la scuola e la palestra) ai non-luoghi di incontro: “a piedi non si arriva da nessuna parte”, e “le rotatorie ti accompagnano velocemente all’uscita da tutto”. Raccontano una “vita da criceti, pronti a correre nella ruota con l’angosciante certezza di ritrovarci sempre nello stesso punto”. Alcuni vivono una sorta di straniamento, non riconoscono più i luoghi della vicina infanzia. “Quando provo a tornarci è come se non fosse lei, come se non fosse mia”. Ultimamente qualcuno ha aggiunto le nuove sensazioni: “Sono tornata dove sono cresciuta e non ho riconosciuto i luoghi, non sembravano neanche più quelli, irriconoscibili come un posto mai visto e abbandonato da qualcun altro”. Ricorrente la parola “abbandonare”: come se serpeggiassero sensi di colpa, come se i ragazzi vedessero ora la città dell’infanzia simile a una persona viva, malata e abbandonata morente. Pochi coloro che si profondono in slanci di generosità: “Ti sei seduta, stanca di tanta polvere e tanto sudore. Ma io ti aiuterò, ti tirerò con la mia mano”. “Viviamo in un mare in tempesta” scrive un altro, non a caso. Non dev’essere facile per un adolescente vedere gli adulti, normalmente punto di riferimento e modello di equilibrio, arrabattarsi in un caos di una normalizzazione che ancora, dopo tre anni, fatica ad imporsi. Le case “B” diventano “A”, i traslochi si susseguono ancora vorticosamente, i C.A.S. diventano C.A.S.E. e le C.A.S.E. cambiano. Raccogliere i loro pensieri rientra nel piano generale della cura della memoria, e invitarli ad esternare la nostalgia per la città del “prima” non significa alimentare un facile vittimismo, al contrario è cura del ricordo dei luoghi antichi, affinché i ragazzi stessi diventino consapevoli attori di un futuro che hanno scelto e non subìto. Alcuni di loro non riescono a non parlare ancora di quel giorno, che ha segnato per sempre la loro esistenza. “Palazzi e chiese verranno ricostruiti, ma il cuore e l’anima non verranno ricostruiti più”, dice Francesco, portando con sé il fantasma della serenità di cui godeva prima e insistendo su quella “ricostruzione immateriale” che gli adulti praticano autonomamente, in virtù di una bella attrezzatura già solidamente conquistata con la maturità. “La polvere del crollo nasceva con lei e moriva con lei, e io non lo sapevo” dice Carolina, insistendo su quell’attimo in cui gli occhi erano fissi sul crollo, spartiacque della storia di settantamila vite.

Ma veniamo al loro impegno per la città: Luca dice con franchezza ed onestà “Ho paura”. E ci spiega che non è una paura legata al futuro, o alla ricostruzione di casa sua: “Avverto la grave situazione della mia città, ma ciononostante non sento il dovere di informarmi. E sono ancora più turbato quando penso di non essere l’unico”. Paura di delegare, dunque, di non partecipare alla ricostruzione, ma anche paura di impegnarsi in prima persona, impotenza, inadeguatezza. Sintesi estrema quella di Elena: “Ieri avevamo una città. Oggi abbiamo un enorme cantiere. DOMANI resta tutto da vedere”. Anche Arianna enuclea un magma esplosivo: “E’ un terremoto incessante quello con cui lottiamo ogni giorno. Un terremoto di leggi mancate, giri di soldi, burocrazia, una ricostruzione difficile”. Alcune analisi sono anche sagaci, come questa di Eliana e di Alessandra: “L’Aquila era città medievale fatta di crocicchi, dovevi decidere dove andare, potevi sceglierlo”. Roberta chiede, ma velatamente pretende, condiziona la sua scelta: “Se lei non mi abbandona, io non l’abbandono”. Qualche volta la consapevolezza della complessità della situazione li porta ad esprimersi con un filo di rassegnazione. Non sono più bambini capricciosi che pestano i piedi per avere tutto e subito: gli adulti vorrebbero che stessero buoni in un angolo, oppure che diventassero tigri disposte a “spallare la città” per mettere il sale sulla coda a chi si occupa di ricostruzione. E invece loro capiscono che ci vuole tempo, si accontentano della sfrenata movida del sabato in Zona Rossa, e di qualche passeggiata infrasettimanale: “sole e speranza risplendono tra i nostri ruderi”, dice Lorenzo. Ma il sole è sempre lo stesso, dentro un cielo così azzurro che puoi girare tutto il mondo ma non sarà mai quello della tua città natale.

All’inizio di questa ennesima avventura avevo chiesto ai ragazzi di scrivere le loro riflessioni anonimamente, per vincere quella forma di pudore che spinge i ragazzi a tenersi dentro il loro pensiero. Ma poi, pian piano, ho invitato chi se la sentiva a firmare, a riconoscere come sua la propria creatura. Un po’ alla volta tutti si sono ripresi con orgoglio quanto prima buttato via come un responso di sibilla scritto su una foglia. Solo un pensiero è rimasto senza autore, nessuno ha voluto riconoscerlo. “Vivere alla giornata e non avere alcuna progettualità: questo è quello che sto vivendo”, forse rinnegato dal suo stesso autore, forse, alla fine dell’esperienza ferrarese, pensiero ripudiato come vile e dunque disconosciuto. Ferrara li ha accolti facendoli sentire orgogliosi del loro coraggio, incitandoli alla forza della reazione. La Dott.ssa Patrizia Bianchini, assessore provinciale alla Pianificazione Territoriale e all’Urbanistica di Ferrara, ha avuto per loro parole di forza e di encomio. Abbiamo visitato Ferrara, abbiamo passeggiato in un’isola pedonale fantastica, gelosamente curata e custodita. Ma in ogni situazione il coro era unanime: “Questo si potrebbe fare all’Aquila!” oppure “Perché non lo proponiamo al Sindaco?”. Grande stupore davanti al fossato del Castello Estense, colmo d’acqua. “Lo vogliamo così pure all’Aquila!”. Grande ammirazione per l’isola pedonale dominata dalle biciclette. E qualcuno ha iniziato a sognarla anche per L’Aquila: “Biciclette, ma elettriche, da prelevare con una scheda magnetica a valle e da restituire a monte”. La sognano più bella e più nuova di come era prima. A volte ho sorriso, ascoltandoli, e ho ripensato a quel vecchietto di Santo Stefano di Sessanio che, intervistato dal noto architetto belga artefice del restauro del paese, gli aveva detto in tono deluso e quasi di rimprovero: “eh… Ju sete refattu cchiù vecchiu de come era prima…” I ragazzi sognano un centro diverso ma uguale, nuovo ma vecchio, tecnologico ma medievale. Quanto sia importante farli uscire dall’Aquila, quanto sia necessario aprirli al confronto, è inutile sottolinearlo: solo in questo modo chi di loro sceglierà di restare potrà farlo con fierezza e con fermezza. Si parte sempre per tornare. E chi non parte mai, se ne andrà via davvero, portandosi dietro pezzi di storia dimenticata. Con orgoglio posso sostenere che l’esperienza ferrarese per la mia classe 4 D abbia fatto magnifico pendant con le parole che questa mattina il Prof. Alberto Asor Rosa ha riservato agli studenti del Bafile: “Ho fatto un giro nella città vecchia, e ne sono rimasto profondamente turbato. Gli Italiani non hanno fatto, per questa città, quello che avrebbero dovuto fare. E bisognerà battersi per questo”. Battersi per questo.

A sera, al termine del viaggio, le porte del pullman si aprono all’aria fina della montagna. Pur dentro un anonimo megaparcheggio ai margini della Zona Rossa, mi ritrovo a scrutare qualche ragazzo che scende dall’autobus, poggia i piedi a terra: si sente a casa. E sono certa di aver fatto la cosa giusta per lui quando lo sento mugugnare fra i denti: “Ah! Finalmente… L’Aquila bella mé

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