LE PAROLE SONO IMPORTANTI

8 Marzo 2020

“Le parole sono importanti!”

La sequenza di Palombella Rossa mi torna in mente sempre, quando arriva l’otto marzo. Troppe parole si mescolano dentro un calderone, creando una grande confusione. Io ci darei un taglio.

Se guardo le ragazze, non è cambiato tanto, non quanto speravamo noi. La donna resta una creatura che ancora nasce e cresce dentro pochissima fiducia. Si sa che è forte. Però non abbastanza da non doverla difenderla dai lupi. E’ intelligente. Ma mai abbastanza da non doverla proteggere dai furbi. Sa sentire, ma questo suo sentire straordinario a volte offusca il raziocinio.

La vecchia storia dell’allodola di Ibsen, non è così lontana: ogni volta che una giovane si sente protetta, tutelata, elogiata per le sue doti di squisita bellezza delicata, lei sta al gioco, e – come dice Ibsen – bamboleggia. All’inizio le sembra forse un’arma, ma alla lunga le si ritorce contro, la farà sentire inadeguata. Non sarà mai abbastanza, ci sarà sempre qualcosa che le manca, senza qualcuno che la possa tutelare, proteggere, guidare. O che la sappia arginare, contenere, tanta è la forza che sente traboccare.

Certo, ora alle donne vengono riconosciute nobili e straordinarie doti… “Però”. C’è sempre quel però. E quel però vuol dire spesso che non sei capace. Da piccola è un dai, spostati, faccio io. Ma ti confonde questo strano modo, non ha un nome, lo scambi per premura. Poi cresci, e la profezia ti si autoavvera: non sei più capace! Per esempio, non sei più capace di uscire da una gabbia, mistificando la parola “amore”. Non sai chiamare più le cose con il nome giusto! E le parole sono importanti.

Forse non sai più stare da sola, forse non sai prendere in autonomia le decisioni, forse non sai cambiare una gomma, né una lampadina, forse non sai pagare una bolletta, non sai gestire i soldi in banca. Troppe volte lo sguardo che una donna legge negli occhi di chi incontra dice: ma questa dove va?… così vestita… così troppa… così  poca… così sola…così accompagnata. E altre amenità che qui tralascio per decenza, ma che hanno un gran peso su di noi. E questo –vero o falso – è spesso il  nostro percepito.

Ma se la vita, nel gettare i dadi, un giorno le butta su una strada, quelle stesse donne, dopo il primo momento di disperazione, capiranno che non era vero. Sei capace. Sei meglio. Sei di più. E quando – mannaggiatté – ti viene da fare un passo indietro è solo perché noblesse oblige, sei come il Gladiatore nell’arena, che non sente la folla che si sbraccia perché vuol vedere il sangue. Giocano a un gioco a cui non vuoi giocare. Te ne vai via, gli lasci perfino il tuo pallone. Una rinuncia che pagherai cara, ma la fai, non per “servizio”, né per “dovere” (le parole sono importanti): è perché competere ha un prezzo troppo alto.

Le parole sono importanti, e quelle che si scrivono sulle donne, le più popolari, quelle che girano sui social, da noi stesse condivise allegramente, spesso sono scritte da uomini. Deliziosi, per carità, carini, grazie, apprezziamo veramente. Tuttavia, è un punto di vista che risiede “fuori”. E’ come scrivere qualcosa sulla fame, senza averla mai provata. Come dover descrive un colore, e non avere mai avuto occhi. Ne risultano sprazzi di realtà: tipo che se una donna si mette un vestito a fiori, si scorda che ieri le hanno fatto un occhio nero. Che se va dal parrucchiere si scorda dello sguardo da cretino del tizio che al parcheggio le ha guidato la manovra. O del capo che la vede pronta a metterlo in ginocchio con una gravidanza. Un po’ di rossetto, una vaschetta di gelato, un vestito nuovo, e riparti! Riparti, sì, e questa è la forza delle donne: ma questo è un ripartire che non guadagna mai terreno. Una bambina che con poco si consola.

Quando a sera quella gonna a fiori te la levi, quando al mattino i capelli son tornati quelli lì di sempre, ritorna pure quel sentire disgustoso di non essere capace, o d’essere sbagliata.

Ma c’è una parola che può far giustizia a tutto questo, una parola antica, bellissima, piena di poesia, che  voglio rilanciare come “taglio” da dare a questa festa: sorellanza. Vuol dire fare fronte comune, solidale. Una sorella, quando ti sostiene, non ha mai lo sguardo deficiente che sottintende che non sei capace. Lo sguardo di sorella non conosce invidia, si astiene dal giudizio, è quello che tacito ti dice: ce la fai, la mano che ti do è  per mostrarti “come”.

Quante sorelle abbiamo? Penso alle mie: sorella mi è Stefania, mia mentore lontana ma vicina. Emanuela, quando mi dice eddai, mettiti una cosa colorata! Mia sorella è Tukkia, che m’insegna a non sapere mai quanti anni abbiamo. Non so e non posso citare tutte le mie sorelle, e me ne scuso, sono troppe, ma voi donne che leggete adesso, fatevi un regalo: contate quelle vostre. Scegliete di essere sorella di qualcuna. Trovate oggi per un’altra un sorriso: all’ufficio postale (ciao Maria!), al supermercato (cia Manù!), in un negozio, in banca, a scuola. Lo sguardo bello di sorella non conosce invidia, non sa la gelosia. Ognuno cresce solo se sognato, dicono i poeti. E la sorella ti sogna come in realtà già sei, ma ancora non lo sai.

POST SCRIPTUM: A onor del vero, vorrei aggiungere una piccola postilla. I generi, in realtà, son tre. I primi due li conosciamo tutti. Ma poi c’è un Terzo Genere, il cui nome deriva da parola longobarda (le parole sono importanti). La parola è strunz*: così, senza vocale finale, anzi con quello che in linguistica si chiama lo schwa. Può essere una “o”, oppure una “a”. E’ un genere “trasversale”. E vi appartiene chi, assetato di potere o di supremazia, per emergere, affossa qualcun altro. Attenzione, non siamo più in ambito cromosomico, si tratta di un fatto prettamente culturale. Perciò, maschio o femmina che tu sia, se incontri il Terzo Genere, quello trasversale, maschio o femmina che sia, non ci cascare, quando cercherà di farti sentire sbagliato. Non lo sei, è solo che… è strunz*! Ho cercato un altro termine, ma non c’è. Le parole sono importanti.

 

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