LE NARRAZIONI DI PLUTO JU CANE

Pluto era un grosso meticcio simil-pastore tedesco, col pelo arruffato e focato, vecchio, ma con guizzi di accesa gioventù all’occorrenza. Una di quelle creature che stanno sulla terra come fiori ostinati, incapaci di perdere colori e profumo col passare degli anni. Era dentro tutte le fotografie, esibito in mille narrazioni  diverse.
Per alcuni Pluto ju cane era il randagismo degli aquilani dispersi.
Per altri era la caparbia ostinazione a presidiare il centro storico, simbolo dell’eroismo di chi non abbandona la cuccia pure quando un ciclone gliel’ha distrutta.
Altri ancora lo videro come il buffone curioso che appare e scompare, un po’ com’era Libero, onnipresente, associato e dissociato, giudicante e giudicato, che s’affacciava, guardava, diceva “che mondo!” e se ne andava.
Per i bambini, Pluto ju cane era una specie di Balto, solo un po’ più svogliato e decisamente più meridionale.
Gli sfollati ci vedevano dentro se stessi, nel suo passare “sguardando” davanti ai cantieri senza distinguere tra macerie e ricostruzioni.
Per chi se n’è andato, e ha scelto di cambiare città, Pluto ju cane era l’immagine spiantata di quelli che invece avevano scelto di restare.
Chi sfollato non è mai stato, chi magari s’è fatto solo un po’ di campeggio perché aveva risorse mentali o economiche per aggirare l’ostacolo, in Pluto ha visto gli straccioni che di risorse non ne avevano. Erano tutti quelli che guardandolo dicevano: “che scandalo ‘sto sacco di pulci, perché non lo portano via…”.
Comunque, in un modo o nell’altro, tutti hanno dovuto fare i conti con lui, perché Pluto Ju cane era il lector in fabula: ognuno leggeva se stesso nel libro che stava leggendo.

Il primo incontro

Io non lo conoscevo, Pluto. Me lo presentò Stefano Stabber poco dopo la caduta. Ci eravamo dati appuntamento al Castello come se la fortezza fosse ancora viva, come tutti a quei tempi, avvicinandoci il più possibile alle transenne. Portavo con me Teo, appena nominata sua badante, inesperta di qualsiasi cosa riguardasse i cani e gli animali in genere. Ero terrorizzata dalla parola “randagi”, che mi evocava immagini terrificanti di mute di lupi che sbranavano chiunque, e dal vociferare di aggressioni da parte di ogni specie di randagismo che ci afflisse subito dopo il crollo: topi, piccioni, gatti, cani dispersi e abbandonati in ogni dove. A quei tempi non capivo il mondo dei cani, i loro segnali e il loro linguaggio, non conoscevo i modi con cui ci si avvicina ad altri cani quando ne hai uno al guinzaglio. Pluto, maestoso con la sua bella pelliccia, mi parve grosso come il mammut, e strattonai Teo cercando di scappare. Stefano, allibito, con un filo di voce carica di sorpresa, mi disse: “Che fai? E’ Pluto…”.
E’ Pluto? Come se fosse una parola d’ordine, il nome di un fratello, non cane ma persona. E’ Pluto. Ci misi tempo, ma alla fine riuscii pure io, a dire tranquillamente “è Pluto”. Dovetti incontrarlo di nuovo, e poi ancora, e ancora, e ancora ogni volta che uscivo, prima di riuscire a guardarlo bene in faccia.

La faccia

Non aveva una faccia, Pluto era un’espressione. E non so dire quanto ci ho messo a capire che diceva. Dovunque fosse gente, lui c’era. Dovunque accadevano cose, lui c’era. Qualcuno sostiene che sapesse leggere le locandine degli eventi, o che ci fosse un passaparola tra i cani. O forse no, seguiva le voci, i rumori, gli odori che si addensavano, le scie lasciate dai carrettini delle crepes e degli hotdog. Fatto sta che Pluto c’era sempre, e sempre con quella faccia. Oh, frà… che stete a fa? se magna quacche cosa? che tenemo fa? Poi si sceglieva un posto per guardare. A volte dentro la mischia, in prima fila, altre defilato, un po’ distante. E quando la calca si faceva troppa, sembrava dire un po’ annoiato: quatrà, ji me riggìro, e se ne andava. Quella faccia diceva non te conosco ma te saccio. La faccia che ha chi guarda senza vedere, gli occhi di chi sente i luoghi, le strade, la gente, come avesse assorbito un certo modo di fare tutto aquilano. Arriva Salvini? Mo’ vajo a vedé. Arriva Renzi? Mo’ vajo a vedé. Arriva Berlusconi? Quasi quasi mo’ vajo a vedé. Quando di feste non ce n’erano, se ne stava tranquillo, appoggiato da qualche parte, e in quei momenti non si riusciva a resistere dal fotografarlo. A chi strappava un sorriso, a chi suggeriva la tristezza e l’abbandono, quando non il degrado.

L’ultimo incontro

“Fontana Luminosa, ore 20,00”. Il messaggio di Annalucia era apparentemente freddo, ma nascondeva l’attesa del nostro ciclico raccontarci la vita: gli ultimi sei mesi o gli ultimi sei anni non faceva alcuna differenza. Ore 20,00 e io sono lì. Aspetto qualche minuto, non arriva e così telefono. Dice “sto davanti a te, raggiungimi”. Guardo sotto i pinucci del parco e la individuo nell’ombra. E’ elegante, curatissima in ogni particolare, lottatrice anche in questo – non come me che da sette anni non metto più una gonna e nemmeno un mezzo tacco. Ma che fa? Era quasi inginocchiata, china a terra. Pensai che le si fosse rotto un tacco, che avesse perso qualcosa. Ma no. Stava prendendo delle polpette da una gavetta e le metteva in una ciotola davanti a Pluto Ju cane. Provò a ridere di un sorriso dispiaciuto. “Scusa, ma devo aspettare che mangi”. Non c’era nulla di compassionevole, di pietistico, di esagerato, nulla di “canaro”, nel tono della sua voce. Non lo umanizzava, non lo trattava come un bambino. Lo trattava come un cane vecchio, quello che era. Un filo di preoccupazione nella voce: che mangiasse, solo questo. E Pluto mangiava, lentissimamente, poco, ignorando completamente me e la mia inutile presenza, che avvertivo essere per lui come una delle tante ombre indistinte che gli passavano davanti ogni giorno. Aspettammo. Quando finì di mangiare, lei raccolse la sua gavetta, la ciotola, mise tutto in una borsa di plastica che lasciò in macchina, e ce ne andammo.

Epilogo

Pluto Ju cane è morto. Non so quanti anni avesse oltre i sette che tutti gli abbiamo contato addosso, ma tanti doveva averne, tanti, o forse pochi oltre quei sette, ma talmente pesanti da sembrare un secolo. Ora vogliono fargli una statua. Ognuno vuole mantenere la sua narrazione del terremoto dell’Aquila attraverso Pluto ju cane. La statua vede finalmente tutti d’accordo, almeno su una cosa, dai, era ora, insieme. Quelli che sono rimasti e quelli che se ne sono andati, quelli ricchi e quelli poveri, quelli che Renzi e quelli che Salvini. Quelli del Progetto CASE e quelli delle casette di legno di fianco al villone, che poi mi ci faccio le feste, quelli dei sei mesi di albergo al mare e quelli che io ho fatto la tendopoli. Quelli che non hanno più neanche una botteguccia e quelli che si sono fatti i capannoni. Quelli che Pluto era un sacco di pulci e quelli che era ju sindacu. Quelli che sono ingrassati come maiali, che hanno saputo afferrare la codina della giostra per vincere un giro gratis.

Pluto, però, avrebbe apprezzato una sola narrazione: quella di chi lo ha visto come un vecchio cane senza denti, e gli ha portato le polpette fino alla fine dei suoi giorni, regalandogli una morte dignitosa, e regalando a noi la possibilità di fargli una statua. Dopo morto. Perché i morti non mangiano le polpette.


pluto Ju

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