LA VITA NELLE COSE, ANCORA

Ultimo quadro.

Dopo dieci anni, si svuota pure l’ultimo container.

E ti chiedi perché mai non hai buttato tutto, lasciandoti l’ingombro delle “cose”, della “robbba”, mancando la certezza di un dove in cui poterla collocare un giorno.

Quel beauty me l’aveva regalato mio padre, compivo 15 anni e lì ci misi tutto tranne i trucchi, per i quali non ho mai nutrito grande simpatia. Era piuttosto lo scrigno dei segreti, il ricettacolo dei sogni, dei misteri, delle liste nere, degli oggettini strani di una ragazzina.

Non aveva torto Platone, a cacciare i poeti dallo Stato: accumulatori seriali, patologici cultori delle cose inutili, nota stonata nel concerto di motori delle fabbriche che producono “altre” cose, cose nuove, splendenti, à-la-page, che bruciano le vecchie come streghe.

Ed era proprio buffo a vedersi, quel beauty anni Settanta, squadrato come le macchine dell’epoca, sobrio nel suo colore pelle naturale, con le cerniere d’oro, il lucchettino ben protetto, e la chiavetta…

Ma ora, era arrivata la sua ora.

Pieno di polvere, ma in perfetto stato, lo guardo a mala pena per il dispiacere di quell’abbandono, lo metto in una busta insieme a una ventina di vestiti vecchi, e cerco una raccolta di indumenti. Il primo box che trovo è complicato da approcciare, c’è traffico, non c’è parcheggio, allora vado oltre, ne vedo da lontano un altro in mezzo a Via Strinella.

Accosto. Sul marciapiedi c’è una donna giovane che aspetta l’autobus. Scendo, prendo il sacchetto coi vestiti, lo poggio sul ripiano, tiro il maniglione, glu-glu-glu, e va giù, nel baratro del cesto. Rimetto in asse il maniglione, torno in macchina, e prendo il vecchio beauty impolverato. Come un ostensorio lo tengo in mano, mi avvicino al secchio. Ma la signora fa un piccolo grido, dice: Scusi, per favore! … Mi giro a lei, che è ferma, nascosta dagli occhiali e da un foulard tirato sui capelli.

Se lo deve buttare, lo darebbe a me?

Richiudo il maniglione. Le vado incontro, mentre un groppo mi sale nella gola. “Davvero lo terrebbe?” le dico, con la voce un po’ strozzata, la pelle che mi si arriccia sulle braccia. Volentieri – dice lei. E per alleggerire l’imbarazzo che potrebbe forse avere nel prendere una cosa da buttare, le dico, come fossi un venditore: “Se le piace il vintage, questo qui è perfetto”. Mi avvicino, apro il coperchio, a mostrare la meraviglia dell’oggetto, e come vecchie amiche ridiamo, ammirate come due bambine, poi apro tasche e taschine, le mostro lo specchietto in perfette condizioni. E’ contenta, dice che lo regalerà a sua figlia. La ringrazio più volte, felice che la cosa abbia un’altra vita. Me lo aveva regalato mio padre a quindici anni, dico a giustificare un po’ la mia emozione.

Lei lo prende con cura, lo aggiunge alla sua borsa.
Tendo la mano, la stretta è vigorosa per la gioia, ci salutiamo un po’ commosse entrambe.

Che sceme, eh? Un’adorabile scemenza, che potete capire solo voi che siete qui.

Le cose hanno una vita, hanno una storia, una poesia nascosta. Quel facile buttare che riesce tanto bene a tutti, io non ce l’ho. E – lo vedi? – c’è sempre un modo per riciclare tutto, è il ciclo della vita, le cose devono girare, per tonare vive.

Viaggio leggera adesso, è vero. Dal il terremoto ho imparato a non legarmi a niente. Non puoi perdere quello che non hai.

Ma insieme a quei Trecento se n’è andato via dell’altro, che riaffiora ogni tanto, ed io lo lascio andare, come sa fare la mia testa un poco svaporata.

Lo lascio andare, sì, finché… una voce non dica: “Lo dia a me”.

 

…………………….


Gnaris Barkley – Crazy

2 Commenti

  1. Sei sempre molto efficace nel comunicare sensazioni e stati d’animo, bella testa “poco svaporata”.

  2. Grazie mille Gil!… che piacere risentirti!!
    PS: … e non sai quanto “svaporata” :))

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