LA VISITA FISCALE

Diciamocelo: non è un bel mestiere quello del medico fiscale. E’ l’aggettivo “fiscale” che rovina la parola “medico”. Lo associ ad Equitalia, a un esattore delle tasse, a un mestiere che più che con i malati ha a che fare con i truffatori. L’ombra dei “furbetti” cagionevoli di salute si spalma anche sui malati veri, ma in fondo il medico fiscale sa, sente, annusa, e dopo anni e anni di esperienza capisce appena ti entra dentro casa se ci marci o no.
Il medico fiscale, già da quando suona al citofono, è incazzato. Perché se non ti trova sono rogne, sia per sé che per te.
Il medico fiscale va di corsa, ha un ruolino di marcia, ma al citofono suona e risuona mille volte perché se un malato sta da solo, o sta a letto, o non ci sente, o dorme, o sta sotto farmaci, lo deve svegliare e gli deve dare il tempo di alzarsi, capire che cosa sta succedendo e andare ad aprire. Poi la visita si basa sull’analisi delle carte, della documentazione, ma anche di te e di quello che hai intorno.

Non dimenticherò mai la visita fiscale della dottoressa che è venuta da me. E’ stata una di quelle cose che ti aiutano a tirare avanti, a pensare che la gente non è tutta da buttare, e che i mestieri anche più duri non possono riuscire a rovinarti le doti di umanità che ti portarono a sceglierli. E che diventi stronzo solo se lo sei, anche se qualche volta ti tocca farlo per forza, perché se no ti prendono per fesso.

E’ entrata e mi ha chiesto di levare il cane, aveva paura.
Ho pensato cavolo, i medici fiscali si ritrovano a dover fronteggiare tutti i tipi umani, animalisti, non animalisti, vegetariani, maniaci dell’ordine e del disordine, della casa pulita e della casa sporca, possessori di cani gatti uccelli, case puzzolenti e case profumate, aperte e chiuse, freddo e caldo. Insomma, una vitaccia.

Ci sediamo, lei chiede, io dico, inizia a guardare le carte, mi guarda bene la faccia, mi chiede cose. Io in realtà sto scocciata. Scocciata dalla malattia, scocciata dallo stare chiusa dentro, scocciata dal mio essere una paziente impaziente. Parliamo. Le chiedo qualche consiglio. Come si dice, una campana di più non guasta il concerto. E lei mi dice questo.

“Signora, qui all’Aquila già solo il fatto di avere vissuto il terremoto equivale a un anno di chemioterapia.  Capisce che intendo? Ma questo non è niente, perché se poi uno ha perso la casa e se l’è dovuta ricostruire, tra carte, uffici, questioni, traslochi e condomini, bisogna aggiungere altri due anni di chemioterapia. Biologicamente, uno si ritrova dieci anni di più che all’anagrafe. Alla fine hai quasi vent’anni di più, ti guardi intorno e vedi che non sarà mai più niente come prima. E non sai dove metterti”.

Mentre parla continua a picchiettare con una specie di gommino sui tasti di un tablet, parla e picchietta, picchietta e parla e dice queste cose lentamente, scandendole tra un picchiettare e l’altro. E intanto alza le sopracciglia, guardandomi a tratti dal di là degli occhiali.

Io penso “grazie”.

Penso: “mi ha vista”. Ha visto tutto, da una sola smicciata. E invece tanta gente che ti sta vicina tutti i giorni, di te vede solo se ti sei pettinata i capelli, o se hai lo stesso vestito da una settimana.

“Tanti auguri” dice lei mentre esce.
Ringrazio commossa, e penso che deve trattarsi proprio di una brava dottoressa, anzi bravissima, perché adesso mi sento molto meglio.
E non ho dovuto neanche pagare…

 

 

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