IL PACCO

Oggi avrei dovuto scrivere un elzeviro simpatico, ed era praticamente già tutto nella testa, dovevo solo dettarlo. E invece c’è qualcosa di urgente che mi assilla, qualcosa di terribile che noi insegnanti, in gergo, con voluti e sottintesi doppi sensi,  chiamiamo: “il pacco”.

Il pacco di compiti da correggere.

Il pacco è cupo, aggressivo, una fatica disumana, di quelle che rimandi perché è troppa. Il pacco ti devasta. Dopo aver corretto il pacco di Italiano vedi tutte le pronomicelle che ballano: ce, c’è, ce n’è, ce ne, gli, le, glielo, gliel’ho, là, l’ha, la, se, s’è, sé… Vedi ognuno con la i, vedi le h nei posti sbagliati. Ti  vengono i dubbi sulla beneficenza, sulla pasticceria, sulle i che vanno che vengono, sulle ciliegie, sulle lance e sulle fasce. E ti chiedi perché mai nessuno dei ragazzi usi il vocabolario, che è lì, è a loro disposizione. E la risposta è semplice: perché per aprire il vocabolario di Italiano devi avere un dubbio. E il dubbio non c’è.

Ecco allora che, dopo aver corretto il pacco, hai bisogno di una camera di decompressione, tipo ritirarti in una comunità di recupero a leggere Dostoevskij e a coltivare bonsai.

Eppure nel pacco ci sono anche delle belle sorprese: idee nuove, spunti originali! Però stanno tutte nella brutta copia, sotto le cancellature. Sotto quei ghirigori neri e nervosi intravedi bellissimo il pensiero che si affaccia… Ma poi si ferma, si blocca, e si ritira rassegnato. E la bella copia, in due scarne colonnine, porgerà l’articolazione di un pensiero elementare, perché ciò che i ragazzi non riescono a dire viene prontamente eliminato, insieme al pensiero complesso.

Tanti alunni mi dicono: Pressoré, eddai, io a Italiano sono sempre andato male!

Lo dicono con una punta di orgoglio, perfino! “A Italiano”: cioè quella roba lì piena di sentimentalismo, fiorellini, arcobaleni e paesaggi. Anche nell’immaginario collettivo degli adulti la meravigliosa vita dei laureati in Lettere si colloca  ai piedi dell’ermo colle, davanti a una siepe, a non fare un tubo, se non a guardare la luna con ciglio nebuloso e tremulo.

Almeno fosse per colpa dell’alcool. No, è nebuloso e tremulo per le lacrime. Perché “Italiano” è una tragedia. Morti, stragi, parricidi, guerre, malattie. E’ venuta meno anche quell’empatia che un tempo faceva fraternizzare con un Giovannino Pascoli. Oggi l’unico punto di riferimento concreto è la cavallina storna che portava colui che non ritorna. Perché muoiono tutti, a “Italiano“.

Oppure  “Italiano” è quando t’innamori e stai nella pineta a sentire i rumori delle foglie sotto la pioggia, mentre giochi a nascondino con Ermione mezza nuda. E questo è già un aspetto che potrebbe essere più interessante, ma è solo la fantasia erotica di un ricco nullafacente. “Italiano” non serve a niente: è il regno dell’inutile, mentre tutto il resto del mondo fa i soldi.

E non diamo come sempre la colpa di tutto questo ai telefoni cellulari: litterae non dant panem, da sempre. La mistificazione dello scientismo impone da sempre che – scusate il bisticcio – le lettere non sappiano contare.

E invece no. “Italiano” è tutto ciò che abbiamo per elaborare ed esprimere il pensiero.

E potremo continuare a farlo solo se la civiltà che ci circonda sarà in grado di conferire a questa disciplina la dignità e il rispetto che essa merita. E se non dovesse accadere, allora resteremo solo noi a scuola, a dire che scrivere, bisogna.

Perciò adesso a noi due, pacco malefico. Grazie a te forse domani un ragazzo riuscirà a dire di più, a dire meglio, a dire perché. Magari domani un ragazzo riuscirà a spiegare  perché dirà “sì”, quando dirà sì.

E perché dirà “no” quando un giorno (speriamo) dirà: “NO”.

 

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