IL NOME DEL PADRE

Questo scritto fa riferimento a un fatto di cronaca:
una suora va in ospedale a partorire.

Davanti al fatto, l’opinione pubblica
ha immediatamente provveduto a un linciaggio mediatico.
Ma in quegli stessi giorni due ragazze cooperanti vengono prese in ostaggio
e rilasciate dopo il pagamento di un lauto riscatto.

A questo punto, la stessa opinione pubblica che aveva linciato la suora
difende le due ragazze cooperanti adottando tutte le argomentazioni
che avrebbero dovuto valere anche per la giovane suora.
Così ho detto la mia.

 

Li ho sentiti ridere della povera suora.

Non li ho sentiti chiedersi quanti anni avesse.
Ventitré? Solo ventitré? Beh sono abbastanza per sapere come si concepisce un figlio.

Non li ho sentiti dire che ventitré anni non sono abbastanza per non fare sciocchezze.
Non li ho sentiti chiedere a che età fosse entrata in convento da novizia.
Diciotto? Solo diciotto?
E’ scappata di casa, chiamata, voleva andare in missione, in Africa, a curare bambini.

Non li ho sentiti dire che è una scelta coraggiosa, decidere di andare in Africa a curare bambini nelle missioni, a diciotto anni. Non li ho sentiti dire che sarebbero stati orgogliosi di avere per figlia, sorella, vicina di casa, una ragazza così. Non li ho sentiti dire che c’è di che vantarsi, di ragazze che a diciotto anni fanno una scelta del genere. Eppure erano gli stessi. E li ho sentiti ridere.

Non li ho sentiti chiedere come si chiamasse, la giovane suora. Nessuno ha avuto la simpatica trovata di chiamarla per nome. Deborah, si chiamava, la ragazza suora, Deborah con l’acca alla fine. Era magra, timida, minuta.

Non li ho sentiti chiedere come sia stata trattata in ospedale durante il parto. Se qualcuno abbia riso di lei, se qualcuno abbia fatto battute grossolane, magari proprio mentre la piccola creatura veniva alla luce. Battute su quanto le sia piaciuto. Battute sul nome del padre.

Non li ho sentiti chiedere se qualcuno l’abbia sgridata. Se qualche alto prelato l’abbia offesa per aver infranto il suo voto, se abbia preteso di conoscere il nome del padre. O se, saputolo, l’abbia messa a tacere per essere – il padre – un uomo di fede. Non li ho sentiti chiedere un sussidio per la povera giovane buttata per strada.
Non li ho sentiti chiedere giustizia, equità, dignità.
Perché?

Non li ho sentiti dire: vabbé, facciamoci carico dell’accaduto, in fondo a vent’anni si è tutti coglioni, si può ben capire.
Perché?

Non li ho sentiti difendere la ragazza per avere ceduto all’amore. Si cede, all’amore, a ventitré anni. A ventitré anni si sente, in quel giovane corpo di carne. S’è portata per mesi il tormento, l’angoscia. E non ce l’ha fatta, a tenerselo tutto, e ha ceduto. S’è affidata a quell’uomo. Non ha retto a quel tocco di mano. A ventitré anni se un giorno lui guarda quel piccolo ciuffo di capelli che sfugge dal velo, e ne conosce il colore, e ti dice: che belli, i tuoi capelli, sono neri, mia giovane suora, sei giovane, e bella, e così fragile, e così sola, non hai nessuno, piccola suora, circondata da stanze di muffa e da vecchie lenzuola di letti di ferro.

Nessuno si è chiesto come fossero i suoi capelli, quanto fosse magra, quanti digiuni avesse attraversato.

Li ho sentiti ridere.
Nessuna pietà, per lei. Solo scandalo.
Non rideva, lei, sotto quel velo, quando sono arrivati i giornalisti. Era terrorizzata. Non rideva sotto i baffi birichina, come a dire “stavolta l’ho fatta grossa”. Non ha chiesto scusa a suo padre e a sua madre, la ragazza col velo: non hanno più padri, né madri, le suore. Non hanno vicini di casa.

Fa una scelta difficile, una ragazza che a ventitré anni rinuncia alla vita in nome di un sogno. Ma non è il sogno giusto, per quelli che ridono.

Pure sui sogni si deve poter giudicare. Se sono di serie A, quelli utili, di serie B, quelli inutili. Ma i sogni sognati a ventitré anni sono sempre sogni coraggiosi di ragazzi che se la vanno a cercare. Anche la piccola suora se l’è andata a cercare. Poi ad alcuni tocca un buffetto, una strizzatina d’occhio, un dopo facciamo i conti, anche se i conti li paga papà. Altri sogni, di un’altra ragazza di vent’anni che se l’è andata a cercare, non valgono niente, e “le sta bene”, così impara.

Li ho sentiti ridere.
Ed erano gli stessi, lo giuro. Proprio gli stessi.

E allora mi chiedo che giustizia è questa. E mi chiedo come si possa non avere la pietà umana che si riserva a tutti, non solo ad alcuni. E mi chiedo se in ogni “causa” sposata, in realtà, ognuno non porti in trionfo se stesso. Come un re, a cavallo sulle spalle di un giovane idiota.

E allora fottitene, piccola giovane suora.

Lascia quel velo, anche tu.
Prenditi il bimbo. Vattene via. Sei migliore.
Fregatene di quello che dice la gente. Domani sarà tutto dimenticato. Stringiti quel fagotto tra le braccia, e vattene a casa.

Nessun padre pagherà per uno sbaglio così banale. E così poco politico…

giovane-suora
*I particolari sulla vita della suora sono espedienti narrativi.

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