IL CILIEGIO

 

Puoi averla amata o combattuta.
Ma a quella nonna scopri un po’ alla volta di rassomigliare, mentre pian piano invecchi. Ti specchi, e con dei lampi brevi dell’immaginazione riconosci qualche tratto, un piccolo dettaglio d’espressione. Capisci allora che te la porti nella carne, pure se è morta prima che nascessi, pure se ormai è quarant’anni che non la rivedi.

Io di mia nonna non vidi mai i capelli.

Anzi, una volta sola.
Nuda del fazzoletto che portava in testa, la vidi che si pettinava, una domenica mattina.
Ero bambina, e quando entravo in quella casa l’odore del camino era famiglia, e caldo basso, quello del fuoco, che invece di salire sul soffitto ti s’appiccica davanti, e dietro geli.
Un lavatoio di quelli col bacile e con la brocca, e lì vicino l’asciugamani ricamato, con le frange stese. E lei che lì, vecchissima com’era sempre stata, s’era appena alzata.

E mai l’avevo vista coi capelli.

Fu apparizione: una nuvola bianca, lunga come il velo di una sposa.
Non si specchiava, lo sguardo era rivolto tutto al dentro. Non dava cura a quei capelli biancocenere divini. Guardava solo il fazzoletto che era disteso sopra la toletta, il fazzoletto che un istante dopo avrebbe chiuso in un sarcofago di lana la sua vecchia chioma. Con le mani, senza mai guardare, lisciava quelle ciocche, simmetriche, perfette, facendone due trecce che poi con le forcine fissava tutt’intorno al capo delicato.

Una visione che mi fece bocca aperta, con niente da guardare, se non quei fiumi bianchi e lunghi, ognuno che fluiva su ogni lato, unica cosa docile del tutto che lei era.
Il guizzo degli occhi e delle mani, un po’ per volta, sembrava s’irretisse, a denti stretti, come i capelli mano a mano s’infilzavano dentro alle forcine.
Erano gesti senza cura alcuna. Senza nessuna vanità, nessuna nostalgia della passata giovinezza. Quella riconosciuta unanime bellezza – la maestrina, la chiamavano ragazza – non le interessava, era un’inutile lusinga che valeva poco e niente, come la lingua lunga della gente. Severa, dura, com’erano le femmine una volta. Facevano rigare tutto quanto: casa, figli, animali e campo. Che l’essere ribelli non viene dai capelli. Devi portarlo dentro, coltivartelo ruga dopo ruga, scavarlo, guidarlo piano piano dentro a un fazzoletto che lo copra, come la rabbia copre l’ingiustizia.

Quell’attimo di pettine sembrò una vita intera, alla bambina.

Quando s’accorse della mia presenza, nonna prese in fretta il fazzoletto, e con un gesto di pudica bellezza lo legò, le nocche sulla nuca, come s’usava allora. Aveva gli occhi verdi, e le mie iniziali. Mi regalò un lenzuolo, ricamato con le nostre cifre.

Vent’anni dopo, la bimba tornò lì di nuovo, e le poggiò sul letto un pronipote.
Contenta negli occhi, e mai nelle parole, la nonna rideva come una bambina, chiamando quel fagotto col nome di suo figlio.
Ah, la vita!

Lo strinse, come fosse pure quello “roba”.
E sua.

La bimba, stupida e gelosa, riprese a sé quel piccolo fagotto, un po’ impaurita dalla stretta vigorosa, da quel chiamarlo con un altro nome. Lo prese come a metterlo al sicuro, e poi iniziò a cullarlo nelle braccia, ridendo un poco, per domare l’imbarazzo.
La nonna capì tutto, e seria disse questa frase qua: “No jju tà ‘nnazzicà.

La bimba non capì: il dialetto è una conquista dell’età, perché la vita va al contrario quando studi, e bevi inchiostro invece che latte di mucca. Cresci già vecchio, e l’innocenza è una conquista che viene con il tempo.
Continuò a nazzicare quel fagotto, la bimba. E la bisnonna ripeté più basso e cupo quella misteriosa frase là: “N’tà ‘nnazzicà”.

Quella, è l’ultima immagine di nonna.

Me la porto dentro con severità, anno per anno, le novantesette primavere che lei fece, contate sul ciliegio davanti a casa sua. C’è ancora, quel ciliegio. In lui vedo lei dritta come un fuso, in testa il fazzoletto.
Gli alberi non dovrebbero essere abbattuti. Dentro ogni albero si cela la persona di qualcuno, e in quel ciliegio lì ci sta mia nonna.

Nazzicàvano, le donne di una volta, mai con le braccia, solo nella culla, per far dormire, col piede sulla gondola di legno. Lontane tutti i secoli lottati da donne che si sono emancipate.

Ma se ti specchi, se ti guardi bene ora, dentro alla faccia tua la vedi ancora.
Si fa le trecce e poi le chiude dentro al fazzoletto. Perché i capelli non si devono vedere, tienili chiusi, dice. Fai le trecce, mettici in mezzo tutti i tuoi pensieri, raccogli, e solo quando sei da sola, sciogli. Chiudili dentro e zitta. Non ti lamentare.
Prendi le stanghe, tira la carretta, pungola i buoi che non vogliono più arare.

Capisci solo dopo tanti anni che era PER TE.
Era per te che lo diceva, per te sola, che ‘ntà nazzicà.
Co’ ji penzieri tu tà fà cuscì: no ji tà nazzicà, nemmanco quanno stà a ddurmì.

 

Ciliegio

2 Commenti

  1. Il mio critico letterario e lettore appassionato dixit “poetica”! Parli della mia nonna, naturaliter 😉
    Grazie 🙂

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