HO UN FAN-CLUB SU FACEBOOK

Ripropongo la lettura di questo brano dedicato ai miei studenti.
Il brano fu scritto nel giugno 2009, ma lo dedico oggi a tutti gli insegnanti che hanno un diverso parere in merito alla… “ ’ngicca”. Il fan-club non è che il gruppo “Quelli delle classi di”, che nacque da un’idea di Gianpaolo Tronca. Il gruppo esiste ancora, e Gianpaolo mi ha aggiunta agli altri amministratori.

Ho un fan-club su Facebook e io non sono neanche iscritta a Facebook.
Ho un fan-club su Facebook e io non so neanche come funziona, Facebook.
Ho un fan-club su Facebook, si chiama “Quelli delle classi di Luisa”, e io ‘sta cosa non me la spiego, non credo di meritarmela. Sono stata una brava insegnante?

Tanti anni fa, dopo una conferenza, conobbi, (mio malgrado) un grande professore, un’icona della cultura accademica aquilana.
Quando il detto luminare seppe che ero un’insegnante di liceo mi guardò dall’alto in basso un po’ schifato. Eh, non mi presento mai bene, in verità, alla cultura “ufficiale” (che? questa qui, un’insegnante di liceo?)
Dopo un attimo di silenzio pronunciò, soffiando e sbuffando, questa fatidica frase (immaginatevelo un po’ come il Padrino): “… mmmpffff… Veda Signorina… fffffh… Il professore… ffffffshhh… Il professore … (suspance) … il vero professore… TÀ FÀ LA ‘NGICCA!” (per i non-aquilani: “deve fare la ferita”). E fece platealmente il gesto di radersi una guancia: poi… ZAC! Un taglio secco, forte, deciso, mentre con l’altra mano si tirava la pelle e, storcendo la bocca, continuava a fissarmi con occhi affilati.
Guardai altrove, come un cagnetto a disagio.

La “‘ngicca”, per chi non lo sapesse, è la ferita del rasoio al primo taglio della barba.
Dopo il primo attimo di imbarazzo, sgranai gli occhi con ammirazione. In quella frase lapidaria c’era tutto: l’iniziazione, il sangue, il dolore, la crescita, il rito, il nerbo del vecchio maestro. Lo guardai estasiata mentre lui era ancora immobile nel gesto del sacro taglio, e nella mia mente percorsi, in pochi secondi, la lunga carriera di quell’Orbilio redivivo.
La ‘ngicca… Uh.

Io non sopporto la vista del sangue.
A scuola giro col rasoio elettrico, la schiuma emolliente e il dopobarba al pino silvestre per medicare le ‘ngicche che fanno gli altri.
Perciò ora mi chiedo: sono stata una brava insegnante?
Ma voi mi avete fatto un fan-club su Facebook, e questo qualcosa significa, qualcosa
DEVE SIGNIFICARE.
La prima volta che un mio alunno fu bocciato ho pianto mentre facevo il verbale. Lo avevo portato allo scrutinio con un maledettissimo cinque in Geografia e per colpa di quel maledettissimo cinque in Geografia, che si sommava ad altre insufficienze, Vincenzo fu bocciato. Che io non la so neanche, la Geografia. Ma si fa??? Mi ricordo che una lacrima cadde sulla pagina del verbale proprio sul nome VINCENZO e così mi misi a piangere ancora di più, singhiozzavo sola sola, ero giovane, troppo giovane. Con me si fermò il prof Balena, esterrefatto e visibilmente preoccupato per il mio stato emotivo. Eddai, non è professionale: la bocciatura fa crescere, fa maturare, fa diventare uomini. Fa indurire la barba, lo sanno anche i principianti! Per me invece è sempre stata UN DRAMMA. La ‘ngicca.
E questo fa di me una brava insegnante?
La gente dice sì-sì-ti-vogliono-bene-perché-tu-li-aiuti-e-li-fai-promuovere. La gente dice pure che poi nella vostra vita saranno più utili quelli che vi hanno fatto piangere e dare la testa nei libri, perché la vita è dura e loro ve lo hanno fatto capire. La ‘ngicca. E’ vero, ragazzi, cavolo, ma non ci pensate a questo? dovreste fare un fan-club a chi vi ha insegnato con la frusta, non a me, che non mi ricordo la data di nascita di Ariosto, né quella di pubblicazione della Gerusalemme Liberata. Io studiavo come una matta solo le cose che mi piacevano. Perciò vi chiedo: questo fa di me una brava insegnante?
Ho sempre preteso molto dagli alunni bravi: con loro ero esigente e severa. Dedicavo invece tutta la mia comprensione e la mia pazienza a quelli di voi che faticavano ad andare avanti, i più esuberanti, quelli che non riuscivano a stare seduti. Mi ricordo le sensazioni di quando correggevo i loro compiti, cercavo di fare dei segnetti rossi piccoli piccoli, mi dispiaceva ferire il loro amor proprio segnando frasi in cui avevano messo una confidenza, un pensiero, una riflessione. Pensavo che al posto loro, all’idea di trovare le croci di Sant’Andrea sul foglio, non avrei più scritto un rigo in vita mia. E la scrittura è coscienza, è consapevolezza.
Dai bravi invece volevo sempre di più, a loro sì che li facevo, i segnacci, e li obbligavo a prendersi in carico quelli meno bravi, li tassavo per aver avuto il privilegio (per qualsiasi motivo) di essere bravi. Speravo in una “coazione a ripetere” nel loro futuro, perché sapevo che avrebbero occupato le stanze dei bottoni.
E come si fa a fare l’insegnante così, facendo la ‘ngicca a chi non se la merita?

Però voi ora siete qui, e soprattutto, a quanto mi dicono, proprio quelli “bravi”.
Gianpaolo è stato nella mia prima classe statale, 1987. Aveva l’aria da grande, era come adesso: uno humor adulto, lo sguardo sereno di chi ha una strada da fare, di chi al Luna Park, nella casa dei fantasmi, resta sul binario e guarda la luce in fondo. Spesso facevo qualche battuta e ammiccavo, e lui sapeva giocare, ci divertivamo un sacco. Quando l’ho rivisto dopo vent’anni mi ha recitato la cantilena “un, nessun, buon, tal e qual non vogliono mai l’apostrofo!“.
Ero fissata con la scrittura, l’ho sempre trovata salvifica nella vita di un uomo, vi facevo scrivere tanto, anche in modo sgrammaticato, non mi importava granché, a quello ci si pensava dopo, un tema alla settimana, in genere si leggeva in classe il lunedì, e poi altra roba e poi concorsi scolastici di poesia, di favole, scrivere scrivere scrivere! Mi sentivo il Bianconiglio nel Paese delle Meraviglie. E sbancavate tutto, vincevate tutti i concorsi, ti ricordi Gianpaolo, un anno avete vinto una decina di premi! Mi ricordo le deliziose poesie dei Cantelmi, tutti i vostri temi, la vena polemica di Luca, tutti i vostri racconti, perfino quella bellissima favola di Luca Vallera su una bambola di pezza, che vinse il Premio Unicef. Cavolo. Avrà più scritto una favola in vita sua, Luca Vallera?
La gente diceva che ero io a dettarvi le cose, ma voi lo sapete bene che io leggevo e mi divertivo, non toccavo niente, lasciavo le cose come stavano, al massimo mettevo qualche virgola e correggevo l’ortografia. Ma tutto restava com’era, a lasciare intatta la neve fresca senza passarci sopra con i piedacci zozzi di fango…
Mi sentivo parecchio in colpa sapete… Avrei dovuto fare tutti quei test, avrei dovuto studiare le date una volta buona, e anche le opere minori, e anche i memorialisti (e chi sono i memorialisti?), chessò un po’ di Tacito, un po’ di Livio … Invece pensavo solo alla poesia… Catullo, scommetto che ve lo ricordate ancora a memoria in latino.
Molto spesso, invitata da voi ad aprire il cassetto della cattedra, invece della classica ranocchia, vedevo saltar fuori un mazzo di fiori colorati. E una volta ci trovai una targa d’argento con su scritto: “Capitano mio Capitano…”, che ho salvato dalle macerie e che porto sempre con me. E vi rivedo tutti, proprio tutti, che mi guardate con quegli occhi indescrivibili.
Il miracolo è che dopo venticinque anni cambiano i visi, ma non gli sguardi.
Io non lo so perché succede tutto questo, non me lo spiego.
Forse perché vi sognavo come potevate essere, e i miei sogni vi piacevano.
Forse perché vi facevo sognare il mare…(“Se vuoi costruire una nave, non frustare i tuoi uomini, piuttosto insegna loro il desiderio del mare, immenso e sconfinato… “)

Ho un fan-club su Facebook.
In realtà un bravo insegnante non va ricordato, né con odio, né con amore, un bravo insegnante va dimenticato, perché ti entra dentro l’anima e diventa una parte di te inconsapevole, quella parte bella che viene fuori davanti alle difficoltà, quella “tigre” che ti spinge a lottare quando non ce la fai più, a scandalizzarti, quando vedi le cose
storte, a dire questo è giusto e questo no. Non ti vincola al ricordo, né alla gratitudine, fa solo il suo mestiere.
Un bravo allievo, poi, è quello che tu insegnante non ti ricordi più, né con orgoglio, né con disprezzo, un bravo allievo è quello che fa il suo lavoro in silenzio ed umiltà, senza pretendere troppo né da te, né da se stesso o dagli altri. Non ti vincola alla responsabilità del successo o del fallimento: nella foto di classe si mette da un lato, e quando la guardi dici: “Ma chi era questo?”.

Nonostante questo, io mi ricordo di voi.
E voi vi ricordate di me.

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