GLI “ACCA VENTICINQUE”

Molti di noi non sono il lavoro che fanno.
Io, per esempio.
Ho fatto migliaia di cose, nella mia vita, anche di una certa rilevanza.

Eppure la mia immagine è sempre quella che mi identifica con il lavoro che faccio.

Posso capire che uno fa il Presidente della Repubblica, o il Senatore, o il politico: e in questo caso mi rendo conto che una certa buona dose di lavoro te lo devi portare dietro per forza, è anche previsto dal contratto. Un deputato, un attore, un personaggio pubblico, non staccano quasi mai.
Eppure perfino loro non vogliono essere identificati con la propria professione e rivendicano una privacy invalicabile, nonché il diritto a “non essere il lavoro che fanno”: tornano a casa, hanno una vita. Si mettono in pantofole, mangiano fagioli, soffrono di colite. Hanno l’alitosi. Vedono i film con Bud Spencer e Terence Hill. Qualcuno fa “la carriola” con la sua cagnetta. Insomma rivendicano una zona franca che sia ristoro, e cura.

E poi ci sono gli H 25. Quelli che se lo portano sempre dietro, il lavoro. Persone che alla fine ne assumono l’aspetto. Sai quando si dice “quello c’ha la faccia da macellaio”. Stereotipi, etichette, fisiognomica lombrosiana, dite quello che vi pare, ma in fondo non è molto diverso da quello che dice Brecht nella sua Maschera del cattivo: quello che fai ti deforma la faccia. Ci si stampa sopra.
Io li chiamo gli H 25. Perché ventiquattr’ore non bastano, ne vorrebbero una di più.

Credo si tratti di persone che si ritengono privilegiate ad avere un certo tipo di lavoro, o che ne sono così appassionate da non volerlo mai lasciare. Lo esercitano dunque con potere, con forza, con orgoglio sospetto. Non fa differenza se fanno i becchini o i giornalisti o i registi o i cantanti o le pornostar. Le persone si dividono in quelli che amano essere il loro lavoro e quelli che amano essere anche altro da lui.

Gli H 25 non si tolgono mai il camice. Puoi vederli camminare, sciare, nuotare in piscina: sempre in camice lo fanno. Lo indossano sul cappotto, sulla tuta, sul costume da bagno, perfino sotto la doccia, o nell’intimità.
Insomma, si prendono talmente tanto sul serio, che anche quando non sono in servizio ci stanno lo stesso. Inquietanti, se non sei come loro.

Almeno non scocciassero.
Invece no, scocciano, non concepiscono che per gli altri non valga lo stesso criterio: anche gli altri devono per forza essere il lavoro che fanno. E così quando incontrano l’amico ingegnere al supermercato, e lui è lì che sceglie un ananas tirando di nascosto una foglia dal ciuffo, loro giù a parlare di case e progetti e varianti. L’ingegnere, colto sul fatto con la foglia dell’ananas in mano, cerca maldestramente di nasconderla, la accartoccia, la mette in tasca, poi scappa. Ha una vita lui, da un’altra parte. Lo studio chiude, a una certa.
Se un H 25 sta ad un vernissage e incontra un medico, subito gli chiede un parere sulla fastidiosa diarrea che lo tormenta. Così fa con l’avvocato, o con l’amministratore di condominio.
E di quello che fa con gli insegnanti, ne vogliamo parlare?
Parliamone.
Per gli H25 l’insegnante deve essere insegnante e basta. Se l’insegnante risulta poco standardizzato in qualcosa, chessò, dà da mangiare ai gatti in cortile, alleva pitoni, parla con i pesci rossi, l’ H25 commenta così: “Mi fa specie che un insegnante…” eccetera.
Secondo lui, il vero insegnante ama riprodurre anche in casa gli ambienti scolastici: egli non ha un tavolo da cucina, ma una specie di cattedra, ed è lì che mangia. Gli altri membri della famiglia hanno dei banchetti disposti in front of. In cucina campeggia una lavagnetta di ardesia ben pulita.
Il campanello della porta, di norma, riproduce quello di fine lezione.
Inoltre l’insegnante ha un genere soltanto all’anagrafe. In realtà è asessuato.
Un H25 non gli lascerebbe mai in mano il suo pargolo, se così non fosse.
Fa eccezione a questa regola solo l’H25 affetto da complessi edipici.
Una insegnante femmina, secondo un H25 , non è una persona come tutte le altre. E’ una creatura bizzarra, non ha funzioni fisiologiche di alcun tipo.
Sembra viva, ma in realtà è un replicante.
Alcuni ritengono che a pungerla con uno spillone non esca sangue.
A volte esce inchiostro, preferibilmente rosso.

Questo dico alla mia amica Mirella, davanti a una birra e a una pizza ai peperoni.
E rido…
Ride anche lei. Vent’anni che ridiamo davanti a una birra e a una pizza ai peperoni.
Ci facciamo portare la pizza tagliata in quattro spicchi. Poi ne prendiamo uno con le mani, lo pieghiamo delicatamente, lasciando che il sugo resti avvolto nel piccolo cartoccio di pasta di pane. Solo dopo lo addentiamo, avendo cura che il condimento non coli sui lati.
Eh, la pizza è la pizza.

Masticando le chiedo: “Miré, come si sopravvive a questo mestiere?”
Non parla mai in dialetto, Mirella.
Ma alla mia domanda smette di mangiare, appoggia la pizza nel piatto, si passa il tovagliolo sulla bocca, riflette, mi guarda, e dice:

“Beh… Faju ‘n errore d’ortografia, ogni tantu… ”

 

 

lavagna

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