GLI “ACCA VENTICINQUE”

Molti di noi non sono il lavoro che fanno.
Io, per esempio.
Ho fatto migliaia di cose, nella mia vita, anche di una certa rilevanza.

Eppure la mia immagine è sempre quella che mi identifica con il lavoro che faccio: l’insegnante. Eh…

Posso capire che uno fa il Presidente della Repubblica, o il Senatore, o il politico: e in questo caso mi rendo conto che una certa buona dose di lavoro te lo devi portare dietro per forza, è anche previsto dal contratto. Un deputato, un attore, un personaggio pubblico, sono sempre in servizio. Eppure perfino loro non vogliono essere identificati con la propria professione e rivendicano una privacy invalicabile, e – a una certa – si barricano dietro una zona franca che sia ristoro, e cura.

Però ci sono anche gli H 25: e sono quelli che il lavoro se lo portano sempre dietro. Persone che alla fine assumono l’aspetto del loro mestiere. Sai quando si dice: “quello c’ha la faccia da … (macellaio, becchino, avvocato, giudice, ingegnere…)”. Stereotipi, etichette, fisiognomica alla Lombroso. A questi il lavoro gli si stampa sulla faccia. A questi, ventiquattr’ore non bastano, ne vorrebbero una di più, e la vorrebbero per lavorare ancora.

Credo si tratti di persone che si ritengono privilegiate ad avere un certo tipo di lavoro, o che ne sono così appassionate da non volerlo mai lasciare. Lo esercitano dunque con potere, con forza, con orgoglio sospetto. Non fa differenza se fanno i giornalisti o i registi o i cantanti o le pornostar. Le persone si dividono in quelli che amano essere il loro lavoro e quelli che amano essere ANCHE ALTRO.

Gli H 25 non si tolgono mai il càmice. Puoi vederli camminare, sciare, nuotare in piscina: sempre in tenuta da lavoro. La indossano sul cappotto, sulla tuta, sul costume da bagno, perfino sotto la doccia, o nell’intimità. Si prendono talmente tanto sul serio, che anche quando non sono in servizio, ci stanno lo stesso.

E scocciano tutti quelli che così NON fanno, è per loro inconcepibile che non accada lo stesso anche a uno spazzino, a un meccanico, a un operaio! Inconcepibile, che costoro non vogliano sentir parlare di lavoro quando è finito l’orario di lavoro!

E veniamo anche all'”insegnante”.
Per gli H25 l’insegnante dovrà essere insegnante e basta. Egli amerà riprodurre ovunque gli ambienti scolastici: non avrà un tavolo da cucina, ma una cattedra. Se avrà una famiglia, i componenti avranno dei banchetti disposti in front of. In cucina campeggerà una lavagna di ardesia. Il campanello della porta riprodurrà quello di fine lezione. E soprattutto, per gli h25 … l’insegnante è un essere asessuato. Di più, egli non avrà funzioni fisiologiche di alcun tipo. Simile a un replicante, a pungerlo con uno spillone non uscirà sangue, ma inchiostro. E dalla bocca non usciranno pensieri, ma pagine di libri (delle migliori case editrici).

Ove l’insegnante risulti poco aderente con l’immagine di un replicante votato alle sue stesse cause pseudo-culturali-sociopolitiche, l’H25 lo stigmatizzerà così: “Mi fa specie che un insegnante“. …

Questo dico alla mia amica Mirella, davanti a una birra e a una pizza. E ridiamo, ridiamo…
Vent’anni che ridiamo davanti alla pizza. Ce la facciamo portare tagliata in quattro, poi prendiamo uno spicchio, lo pieghiamo delicatamente, lasciamo che il sugo resti chiuso nel piccolo cartoccio di pasta, poi lo addentiamo, raccogliendo con la lingua il condimento che cola dai lati.

“Mi fa specie che un insegnante“. …

Assaporo guduriosamente il boccone, poi le chiedo: “Miré, come si sopravvive agli Accaventicinque?”
A questa domanda Mirella smette di mangiare. Appoggia la pizza nel piatto, si passa il tovagliolo sulla bocca, mi guarda, e mi dice, nel dialetto delle grandi occasioni:

“E’ facile… Ci tà mette  ‘n errore d’ortografia, ogni tantu… ”

 

 

lavagna

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