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COLAZIONE DA PIZZOLI

Il racconto nacque da uno stralcio di conversazione ascoltato furtivamente in un bar.
 

“Nomina sunt consequentia rerum”. Questa frase, scritta su una targa di metallo, era appesa sulla porta di ogni aula dello stimatissimo professor Domenico Scassa. Era una frase antica, con cui l’anziano professore di Latino probabilmente intendeva stupire i suoi studenti, ripetendola e spiegandola all’inizio di ogni anno scolastico, come fosse la tavola di Shutruk Nahunte. Purtroppo ciò non era sufficiente per ottenergli, come al Signor Hundert, la stima dei suoi studenti, che ridacchiando riferivano la frase esclusivamente a lui, Domenico Scassa, che con il suo latinorum, “scassava” di nome e di fatto. Un po’ per l’età, un po’ per la botta del terremoto, che gli si era preso tutto, fatto sta che il vecchio professore non si rassegnava a vedere a soqquadro la geografia ordinata della vita precedente, e questo lo rendeva assai pesante. Domenico Scassa aveva sempre odiato i cambiamenti, perciò nei due anni seguenti il sisma del 6 aprile 2009 aveva fatto un sacco di capricci. Ma ora basta, avrebbe messo la testa a posto e avrebbe fatto il bravo: hic et nunc, doveva adattarsi, stabilizzarsi, fermarsi, come erano riusciti a fare quasi tutti. In parole povere, sarebbe rimasto a Pizzoli finché non fosse tornato a casa sua. “Casa mé”, diceva ogni tanto, battendosi il petto. “Casa mé… Rivòglio càsa mé…”, diceva emettendo una strana cantilena, quasi in metrica, come, come quei Tityre tu patulae recubans che scandiva da trent’anni. La gente di Pizzoli pensava che non ci stesse più tanto con la testa. Ma “casamé”, per tanti aquilani, era ben più che la casa, “casamé” era un concetto, era il quartiere distrutto. Per lui, per esempio, era la villa comunale, a due passi dal centro storico, appena dentro Porta Napoli, ricca di verde e di case deliziose, gente serena, viali profumati di tiglio, il mini-market “DA LUCIANO”, dove il professore correva prima di  pranzo quando gli mancava il pane o la scatoletta di cibo per il gatto. In questi tre anni Domenico Scassa non si era mai rassegnato ai megastore di periferia, dove gli infilavano la spesa nelle buste mollicce e puzzolenti di plastica biodegradabile. Scassa rivoleva il cartoccio profumato che Luciano gli passava con le mani tozze, dicendogli, con gli occhi che sbucavano tra le foglie di sedano, “… Professò, ecco qua, buon appetito, a Lei… e pure aju jattucciu!”. E lui a mezza bocca biascicava “Eh che te pòzzino Lucià, pure stavolta m’hai fregato un paio di euro, eh, scì ‘mpisu!”. I negozietti del centro avevano sempre i prezzi un po’ più alti dei supermercati, è vero, ma ora avrebbe pagato volentieri quei due euro a Luciano, e chissà dove aveva riaperto bottega, Luciano, magari era morto, chissà, se n’era andato via come il suo vecchio gatto, che se l’era preso il terremoto, e non s’era rivisto mai più.

Il professor Scassa, ingraziadiddio, si sentiva proprio bene, in quest’ultima delocalizzazione. Dopo Cansatessa, Arischia e Barete, finalmente era approdato a Pizzoli, in una bella casa antisismica. A un paio di chilometri dal centro abitato, verso la statale, c’era uno splendido bar in perfetto stile post-sismico: tetto di legno aerodinamico, gioco di specchi, strane pareti luminose tipo astronave di Star Trek. In questo preciso momento, come ogni domenica, il povero professore stava ordinando la sua colazione, cornetto e cappuccino. “Mmmh… A questo bar manca la stratigrafia!”. Il professor Scassa chiamava “stratigrafia” quel fenomeno per cui un luogo antico, anche quando viene ristrutturato e ammodernato, mantiene l’anima precedente. “La senti veleggiare sul soffitto, l’anima della casa, non è un fenomeno spiegabile fisicamente, ma non c’è da fare, gli ammodernamenti si stratificano uno sull’altro come gli undici strati di Winckelmann, e l’undicesimo mantiene qualcosa del primo! E’ incredibile, la fisica non lo può spiegare, e questo dimostra la superiorità delle discipline umanistiche su quelle scientifiche! Altro che ingegneria!”. Il vecchio professore si sistemò nell’angolino più riparato dell’astronave, su una sedia che Spok avrebbe certamente gradito, contrariamente a lui. La tazza davanti, il cornetto in mano. Abituato alle colazioni storiche dei bar storici, non riusciva a non sentire quello spazio circostante premergli addosso impertinente, proprio come gli succedeva in Autogrill. “Mmmh… Qui c’è solo uno strato! Come si sente… Ma, ohibò ci vuole spirito pionieristico! Verranno altri strati, un domani! Non sarà mica una struttura provvisoria, una di quelle che andranno dismesse quando tutto tornerà come prima?”. Sentì immediatamente un’eco nella testa (“… come prima?… come prima?… come prima?… tornerà come prima?…”). Addentò delicatamente il cornetto proprio nel punto in cui c’era più marmellata. “Probabilmente questo bar è un non-strato che non stratificherà mai. Ma non devo pensarci, devo vivere! Hic et nunc!”. Si impose di concentrarsi solo sulla marmellata di ciliegie… Proprio mentre il boccone iniziava a liquefarsi e ad esplodere in tutta la sua succulenza, rivide in un flash l’antica casa paterna: San Sisto, e suo nonno davanti al ciliegio appena fiorito. Suo nonno che si mette il cappello, la giacca buona e dice con aria solenne: “VADO ALL’AQUILA!”, perché all’epoca era un viaggio assai difficile e delicato, da San Sisto all’Aquila. Ridacchiò,  pensando che poi invece San Sisto era diventato un bel quartiere quasi centrale: la città se l’era mangiato. “Questo è il processo naturale: che la città si mangia l’intorno! Oppure è l’intorno che si mangia la città?”. Poi si ricordò che la città non c’era più. E’ che Domenico Scassa si sentiva sbalzato via come un grave in forza centrifuga, come fosse uscito da un frullatore acceso senza tappo, come un pilota di Formula Uno espulso dall’abitacolo… Per un attimo, si concentrò sullo stato di ubriacatura dettato da questa condizione di sbandamento. “Eh no” si incitò subito “no, no! Hic et nunc! Pensa al cappuccino!”. Magnifico, spumoso, lo girò con il cucchiaino, prima di appoggiare le labbra alla tazza e lasciarsi stupire come sempre. “Tutto deve cambiare, perché le cose restino come  prima!”. Mentre si consolava con la filosofia gattopardesca, si sentì chiamare alle spalle: “Buongiorno proessò, fa colazione?”. Era Giovanni Coccia, un suo alunno.

“Coccia, da dove sbuchi? Stai delocalizzato qui?“

“No, io sto a Tornimparte proessò! Qua ci stanno delocalizzati i miei nonni.”

“Eh, eravamo vincoli e ora siamo sparpagliati, direbbe Totò. E a che Tornimparte stai?”

“Sto un po’ isolato tra San Nicola e La Villa!”

“Tra San Nicola e Villagrande? Coccia, San Nicola è San Nicola, Villagrande è Villagrande: VILLA-GRA-NDE, non si chiama La Villa! Ma perché la chiamate La Villa? Le cose hanno un nome, bisogna dargli il loro nome, è importante! Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus!” recitò, alzando in aria l’indice e sgranando gli occhi “E’ il nome che fa esistere le cose! E’ il nome che le mantiene vive!”. Ma Coccia se n’era già andato imprecando. “Ma sinti che tenga sintì…San Nicola è San Nicola, Villagrande è Villagrande… ma jamo!… Ma pure ecco tà scassà, Scassa?… a quissu non ji basta la scòla, pure fòòòòre…”.

Il professore si ripulì dalle briciole, ultima parte del rituale mattutino. A un tratto, gli si avvicinò un signore che, con piglio confidenziale, cercò di avviare una conversazione: “Scusi… per caso noi… ci conosciamo?…”. Scassa cercò subito di sviare, ma quel signore insistette, precisando qualche particolare. “Io faccio il meccanico”. “Io no!” rispose il professore, un po’ imbarazzato. Si sforzò di trovare qualche aggancio alla conoscenza, ma solo per poter chiudere velocemente la conversazione. “Forse… siamo vicini di casa?” disse timidamente, pensando ai numerosi vicinati degli ultimi due anni. “Ah! Può essere! Lei di dove è?”. Pausa. Questa domanda accese in Domenico Scassa un’emozione fortissima. “Lei di dove è?”: significa nella vita precedente! La speranza, il ricordo… un effetto-Ungaretti (…di che reggimento siete, fratelli?) così evocativo da portarlo a rispondere con entusiasmo, come sperando che fossero stati vicini di casa, una volta, nella vita ordinata, e che per un attimo quell’ordine potesse essere ripristinato nel ricordo comune. “Io sono della villa!” disse Domenico Scassa, quasi abbracciando il meccanico, trattenendosi a stento, e pensando alla villa comunale dell’Aquila, ai giardini pubblici, ai tigli di viale Crispi, a Luciano in mezzo al sedano, e lo ripeté due volte perfino: “Sono della villa! Sono della villa!”. “Ecco, lo vedi, ora si spiega tutto! – disse soddisfatto il signore, dandogli una pacca sulla spalla. “Tu sei della Villa, io so’ di San Nicola!”.
“Eccerto” sospirò Domenico Scassa. E rimase lì, come un pezzo di frullato spiaccicato sul muro luccicante dell’Enterprice. Dopo un po’ si mise il cappello, la giacca nuova, e disse con la stessa aria solenne di suo nonno: “VADO ALL’AQUILA”.

E non lo rividero più.

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